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Sono circa 300mila le persone che convivono con la malattia di Parkinson in Italia, affiancate da circa 600mila familiari. La patologia rappresenta, per impatto sanitario e sociale, la seconda malattia neurodegenerativa dopo le demenze e determina un costo complessivo stimato in circa 8,5 miliardi di euro l’anno. Si stima inoltre che entro il 2050 il numero di casi raddoppierà solo in parte a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, ma anche perché i determinanti causali, come riporta anche l’Istituto Superiore di Sanità, sono essenzialmente ancora ignoti e non sono quindi al momento disponibili strategie di prevenzione efficaci a livello di popolazione.

Il Parkinson, infatti, non è trasmissibile e le sue cause restano ancora sostanzialmente sconosciute. L’ipotesi più accreditata è quella di un’interazione tra età, predisposizione genetica e fattori ambientali. La malattia si manifesta frequentemente intorno ai 60 anni e la sua incidenza cresce con l’età, ma non riguarda soltanto gli anziani: secondo Parkinson Italia ETS, circa il 10% delle persone colpite ha meno di 50 anni. Nei prossimi 15 anni, secondo le stime della Confederazione Parkinson Italia, i nuovi casi potrebbero arrivare a circa 6mila l’anno, con metà delle diagnosi ancora in età lavorativa. Il Parkinson è una malattia progressiva caratterizzata dalla perdita delle cellule nervose che producono dopamina, sostanza essenziale per il controllo dei movimenti. Tremore, rigidità, lentezza, difficoltà nella deambulazione e problemi di equilibrio sono tra i sintomi più conosciuti, ma possono comparire anche disturbi non motori, come depressione, stitichezza, alterazioni dell’olfatto, disturbi del sonno e problemi di memoria. Gli uomini rappresentano circa il 60% dei casi, contro il 40% delle donne. Sul fronte dell’assistenza, l’Iss sta lavorando con il Tavolo nazionale promosso dalla Confederazione Parkinson Italia, che riunisce associazioni di pazienti, società scientifiche, istituzioni ed esperti.

La malattia è stata inserita nel Piano nazionale della cronicità, aggiornato e approvato in Conferenza Unificata il 23 ottobre 2025. Due i risultati già raggiunti: la definizione delle prime linee di indirizzo nazionali per i Percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali (Pdta) e la predisposizione di un protocollo per una grande indagine nazionale sui bisogni clinico-assistenziali delle persone con Parkinson e dei loro familiari. L’obiettivo è superare le disuguaglianze territoriali nei tempi di diagnosi e nell’accesso alle cure farmacologiche e riabilitative. L’attuale organizzazione dell’assistenza resta infatti disomogenea. Secondo il censimento del Tavolo di lavoro nazionale, sono 21 i documenti di Pdta attivi, ma soltanto otto hanno livello regionale e oltre un quarto non prevede un sistema strutturato di monitoraggio. Le nuove linee di indirizzo saranno sottoposte nelle prossime settimane alla Conferenza Unificata.

Anche la diffusione della malattia presenta differenze territoriali. Le stime disponibili indicano una prevalenza generalmente compresa tra 0,2% e 0,4%, con valori più elevati in Sicilia e nell’area Abruzzo-Molise e valori intorno allo 0,2% in diverse regioni del Nord, tra cui Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Dati che vanno tuttavia interpretati con cautela, perché possono risentire della struttura demografica, delle modalità di diagnosi e registrazione dei casi e dell’organizzazione dei servizi sanitari. La sfida dei prossimi anni sarà dunque duplice: migliorare la diagnosi precoce e rendere omogenei i percorsi di cura, mentre la ricerca dovrà contribuire a chiarire le cause della malattia e a individuare strategie di prevenzione. Una priorità destinata a diventare sempre più urgente con l’aumento previsto del numero di persone con Parkinson.