• 04.10.2026

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Un’analisi condotta da University College London e Moorfields Eye Hospital indica che alcune alterazioni della retina possono essere associate alla fibrillazione atriale prima della diagnosi clinica. Il segnale riguarda soprattutto l’assottigliamento di uno specifico strato retinico, rilevabile attraverso esami oculari non invasivi.

Lo studio su oltre 90.000 persone

La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più comune. Può aumentare il rischio di ictus, insufficienza cardiaca e altri eventi cardiovascolari. Poiché spesso si presenta in modo intermittente e senza sintomi evidenti, un normale elettrocardiogramma può non intercettarla.

Per questo motivo, i ricercatori hanno valutato se le immagini della retina potessero offrire un indicatore precoce del rischio cardiovascolare. Lo studio, pubblicato il 10 settembre 2026 su PLOS Digital Health, ha analizzato i dati di 90.190 persone appartenenti a due grandi coorti britanniche.

La prima, AlzEye, comprendeva 50.651 pazienti del Moorfields Eye Hospital, tra i quali 5.735 avevano già una diagnosi di fibrillazione atriale. La seconda, UK Biobank, includeva circa 39.500 partecipanti, con 526 casi di fibrillazione atriale già presenti al momento della valutazione.

Il ruolo dello strato mGCIPL

Gli esami utilizzati comprendevano fotografie a colori del fondo oculare e scansioni ottenute con la tomografia a coerenza ottica, o OCT. Questa tecnica permette di visualizzare in dettaglio i diversi strati della retina.

In entrambe le coorti, le persone con fibrillazione atriale presentavano un assottigliamento dello strato maculare formato dalle cellule ganglionari e dallo strato plessiforme interno, indicato con la sigla mGCIPL.

Si tratta di una struttura composta da cellule nervose coinvolte nella trasmissione dei segnali tra occhio e cervello. Nella coorte AlzEye, lo spessore medio del mGCIPL risultava inferiore di 1,96 micrometri nei pazienti con fibrillazione atriale. Nella UK Biobank la differenza era di 1,19 micrometri.

L’associazione non riguardava soltanto le persone già diagnosticate. Tra i partecipanti che non presentavano fibrillazione atriale quando furono acquisite le immagini, coloro che svilupparono in seguito l’aritmia avevano uno strato mGCIPL più sottile già in precedenza.

Un segnale visibile quattro anni prima

Nella UK Biobank, 39.013 persone senza fibrillazione atriale all’inizio del monitoraggio sono state seguite nel tempo. Durante il periodo di osservazione, 838 partecipanti hanno sviluppato l’aritmia.

In media, la diagnosi o la presentazione ospedaliera per fibrillazione atriale è avvenuta circa quattro anni dopo l’esame retinico iniziale. Il rapporto è rimasto significativo anche dopo aver considerato età, sesso, etnia, ipertensione, diabete, fumo e consumo di alcol.

Secondo l’analisi statistica, ogni riduzione di una deviazione standard dello spessore mGCIPL era associata a un aumento del 27% del rischio di sviluppare fibrillazione atriale. Questo dato descrive un’associazione statistica e non significa che l’assottigliamento della retina, da solo, possa diagnosticare la malattia.

Perché la retina può riflettere la salute del cuore

La retina contiene una fitta rete di piccoli vasi sanguigni e cellule nervose. Per questo viene studiata come possibile “finestra” sui processi che interessano il sistema cardiovascolare e il cervello.

Gli autori ipotizzano che l’assottigliamento del mGCIPL possa essere collegato a eventi ischemici cerebrali silenziosi o a una riduzione del flusso sanguigno nelle cellule nervose retiniche. Le persone con fibrillazione atriale possono infatti andare incontro a piccoli infarti cerebrali senza sintomi evidenti.

Questa spiegazione resta però un’ipotesi. Lo studio non ha dimostrato direttamente che le alterazioni osservate siano causate da mini-ictus e non ha utilizzato un’imaging cerebrale per verificare il meccanismo. Gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori studi di validazione.

Non sostituisce l’elettrocardiogramma

L’imaging retinico non è oggi un test diagnostico per la fibrillazione atriale. La diagnosi richiede la documentazione dell’alterazione del ritmo mediante ECG o monitoraggio cardiaco appropriato.

Il possibile ruolo dell’esame oculare sarebbe quindi complementare: individuare persone che potrebbero beneficiare di un controllo cardiologico più approfondito, soprattutto quando l’aritmia è intermittente o asintomatica.

Le scansioni retiniche sono già utilizzate negli studi optometrici e nelle cliniche oculistiche. Se i risultati saranno confermati, in futuro i dati raccolti durante una visita oculistica potrebbero contribuire a stimare anche il rischio di alcune malattie sistemiche.

La ricerca rientra nel campo dell’“oculomica”, che utilizza immagini oculari e sistemi di analisi computerizzata per studiare possibili indicatori di patologie non limitate all’occhio. Per ora, il risultato più solido riguarda l’associazione tra fibrillazione atriale e assottigliamento del mGCIPL, non una diagnosi automatica ottenuta da una fotografia della retina.

PLOS Digital Health: “Atrial fibrillation and retinal imaging-based oculomics: A cross-sectional and longitudinal analysis of two large cohorts”. DOI : 10.1371/journal.pdig.0001661

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