
“I Lea 2024 ci consegnano una fotografia importante del nostro Servizio sanitario nazionale. Ma una fotografia racconta un istante. Per capire davvero il Paese bisogna guardare il film. E il film degli ultimi vent’anni, dal 2005 a oggi, ci dice che, nonostante i progressi compiuti, non siamo ancora riusciti a colmare le disuguaglianze territoriali”.
Lo afferma il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, commentando i risultati del monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza pubblicati dal ministero della Salute. “Le Regioni che allora garantivano i livelli di assistenza migliori- spiega- continuano a essere ai primi posti; quelle che erano in maggiore difficoltà continuano, pur con significativi miglioramenti, a inseguirle. La pandemia sembrava dover aprire una stagione nuova, soprattutto per la sanità territoriale e la prevenzione. A sei anni da quella drammatica esperienza, il cambiamento atteso non si è ancora compiuto. È il momento di riscrivere la sceneggiatura, non di accontentarci di aggiornare l’ultima sequenza”. “La pandemia- continua Anelli- ci aveva insegnato che la salute è il bene più prezioso della nostra comunità e che un Servizio sanitario nazionale forte rappresenta una condizione essenziale per la sicurezza, la coesione e la democrazia del Paese. Ci aveva anche mostrato quanto fossero decisive la medicina territoriale, la prevenzione e la capacità di garantire gli stessi diritti in ogni parte d’Italia. Oggi i Lea testimoniano invece che quella lezione non è ancora diventata una trasformazione strutturale del sistema”. E, secondo Anelli, questa lettura trova conferma anche nell’esperienza quotidiana dei cittadini.
“L’indagine appena realizzata dall’Istituto Piepoli per Fnomceo- afferma- racconta un Paese che vive la sanità in modo diverso a seconda del territorio. L’attesa media per una prestazione supera i due mesi. Quasi sette italiani su dieci giudicano negativamente i tempi di attesa; sei cittadini su dieci dichiarano di aver rinviato o rinunciato a visite o controlli a causa delle liste d’attesa. E, nel Mezzogiorno, queste percentuali salgono, rispettivamente, al 76% e al 66%. Oltre la metà delle prestazioni viene ormai effettuata nel privato a pagamento e, considerando anche l’intramoenia, il percorso ordinario nel Servizio sanitario nazionale rappresenta poco più di un terzo delle prestazioni”. “Anche il giudizio espresso sul Servizio sanitario nazionale- prosegue- evidenzia differenze significative tra nord e sud, con un gradimento medio del 52% che sale al 59% nel nord est e cala al 44% nel sud e nelle isole. Quando la qualità percepita dei servizi cambia in base al territorio, il principio costituzionale di uguaglianza, che è uno dei principi fondamentali del nostro Servizio sanitario nazionale, rischia di indebolirsi”. Per il presidente della Fnomceo è dunque arrivato il momento di aprire una nuova stagione del Servizio sanitario nazionale. “Nei giorni scorsi- ricorda- abbiamo ricordato che il Servizio sanitario nazionale realizza una delle più grandi promesse della Repubblica, non lasciare nessuno da solo di fronte alla malattia, e che, per questo, la cura custodisce la nostra democrazia. Oggi i dati dei Lea ci dicono che quella promessa non è ancora pienamente mantenuta. La Repubblica non può accettare che il diritto alla salute cambi intensità attraversando un confine regionale”.
Da qui la proposta della Federazione. “Occorre rafforzare- auspica Anelli- il ruolo del ministero della Salute, non per ridurre l’autonomia delle Regioni, ma per renderla più solidale ed efficace. Il ministero deve poter disporre degli strumenti necessari per accompagnare le Regioni che incontrano maggiori difficoltà, sostenere la programmazione, favorire il reclutamento dei professionisti e promuovere modelli organizzativi che hanno già dimostrato di funzionare. Garantire i Livelli essenziali di assistenza è una responsabilità della Repubblica e richiede una capacità di governo nazionale più forte”. Per Anelli, “serve una rete nazionale dell’assistenza che metta in comune competenze, professionisti, tecnologie ed esperienze organizzative. Le eccellenze presenti in alcune aree del Paese devono diventare un patrimonio condiviso dell’intero Servizio sanitario nazionale. La cooperazione tra le Regioni deve sostituire la competizione tra i sistemi sanitari”. “Non devono essere i cittadini a spostarsi- dichiara ancora- per trovare cure migliori: deve essere il Servizio sanitario nazionale a portare le migliori competenze dove i cittadini vivono. La mobilità sanitaria deve tornare a essere una scelta limitata ai casi di alta specializzazione e non la conseguenza di diseguaglianze nell’offerta dei servizi essenziali”. “Il futuro del Servizio sanitario nazionale- conclude Anelli- si gioca sulla capacità di trasformare la solidarietà costituzionale in organizzazione. Dopo vent’anni di monitoraggi non possiamo limitarci a registrare le differenze: dobbiamo costruire gli strumenti per superarle. Custodire la Repubblica attraverso la cura significa garantire a ogni cittadino, da Bolzano a Lampedusa, gli stessi diritti, la stessa dignità e la stessa qualità dell’assistenza. Questa è la sfida che abbiamo davanti e che deve unire Stato, Regioni e professionisti in una nuova alleanza per la salute degli italiani”.
