
Potrebbero essere molte più del previsto le persone che soffrono di ipertensione. Un “numero enorme” solo in Italia. Questo perchè, nel corso degli anni, i valori soglia si sono costantemente abbassati fino ad arrivare a parametri che fino a poco tempo fa erano considerati normali. A mostrarlo è un’analisi guidata dagli studiosi dell’Alma Mater di Bologna e pubblicata sulla rivista Medical Sciences. L’indagine, la prima a livello mondiale su questo tema, ha preso in considerazione 32 linee guida per la pratica clinica messe a punto da enti e istituzioni nazionali e internazionali (come Oms, Società europea di cardiologia, Società internazionale di ipertensione e l’Istituto nazionale per la salute del Regno Unito).
Il percorso parte negli anni ’70, quando per essere definita ipertesa una persona doveva avere valori di pressione sanguigna superiori a 160 di massima e 95 di minima. Questa soglia si è poi progressivamente abbassata, fino ad arrivare alle ultime linee guida europee ed americane, pubblicate quest’anno, secondo le quali già con una pressione di 120 su 80 si può essere ipertesi: valori che fino a ieri erano considerati ottimali. “Dato che la pressione massima media per le persone ultracinquantenni in Italia è intorno a 130, questo significa che un numero enorme di italiani sarebbe da considerare iperteso, con tutto ciò che ne consegue in termini di cambio di stile di vita ed eventuale terapia- sottolinea Lamberto Manzoli, docente del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Alma Mater, che ha coordinato l’indagine- la questione è particolarmente delicata, sia per i grandi interessi economici in gioco, sia perché altre linee guida, come quelle inglesi e quelle dell’Oms, hanno invece mantenuto le soglie ferme a 140 su 90”. Aver abbassato la soglia dell’ipertensione, spiegano gli studiosi dell’Alma Mater, può essere utile per “estendere i benefici del trattamento” a pazienti in cui il disturbo è ancora in una fase precoce. Sarebbe cioè un modo per “tenere più facilmente sotto controllo la situazione ed evitare che la condizione diventi critica”. Dall’altro lato, però, un numero molto maggiore di pazienti da sottoporre a terapia porta all’aumento dei costi per il sistema sanitario. “Spostare i valori soglia verso il basso non determina soltanto il cambio di stato, da sane a malate, di milioni di persone- conferma Manzoli- ma significa anche che tantissimi pazienti già in trattamento non riescono più a raggiungere i nuovi target di pressione, ora più bassi, e hanno quindi necessità di dosi maggiori di farmaci. Questi pazienti sono così destinati a rimanere nella condizione di persona a rischio, senza speranza di tornare normali, con tutto lo stress che ne consegue e i risvolti sugli stili di vita”. Tutto questo, a cascata, provoca anche “incertezza tra i medici, nel momento in cui devono decidere se un paziente ha bisogno o meno di avviare un percorso terapeutico. Incertezza che aumenta anche a causa della tendenza delle persone a cercare online informazioni, risposte e consigli” su argomenti che riguardano la propria salute.
