
Un unicum nel panorama italiano delle ricerche ambientali sulla presenza di micro e nanoplastiche nelle Pm10 (cioè la frazione respirabile delle polveri) all’interno di ambienti di lavoro legati all’impiego di materiali polimerici (composti organici che costituiscono le plastiche). E’ il progetto Cellophan, coordinato dall’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr (Cnr-Iia), co-finanziato da Inail – programma BRiC – realizzato in collaborazione con l’Università di Cassino, l’Università del Molise, il Cnr-Ismn e il Crea, e che ha indagato in modo sistematico diversi contesti produttivi, in particolare impianti di lavorazione di pneumatici, imbottigliamento e produzione tessile per verificare in quei luoghi la presenza di micro e nanoplastiche nell’aria che, a differenza delle microplastiche più grossolane, sono in grado di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio, con potenziali implicazioni per la salute umana, e sono anche le più difficili da individuare.
I risultati sono stati presentati al Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’evento conclusivo del progetto Cellophane, e mostrano che le micro e nanoplastiche sono presenti nell’aria in quantità tali da lasciare una chiara impronta chimica nel particolato atmosferico (Pm10), soprattutto nelle aree direttamente coinvolte nei processi produttivi.
“Il progetto è partito dalla necessità di ottenere informazioni dettagliate, che ad oggi mancano, sulle microplastiche e nanoplastiche aerodisperse, cioè respirabili, soprattutto in ambienti di lavoro dove si processano e utilizzano materiali plastici e quindi dove è più probabile che le concentrazioni di microplastiche in aria siano maggiori che in altri ambienti”, ha raccontato all’agenzia Dire Adriana Pietrodangelo, ricercatrice presso l’istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr.
Un elemento chiave dello studio è stata l’analisi degli additivi plastici, sostanze usate per migliorare le proprietà dei materiali polimerici – ad esempio antiossidanti, plastificanti e ritardanti di fiamma, molti dei quali classificati come inquinanti emergenti – come traccianti della presenza di plastiche aerodisperse.
Nei diversi ambienti di lavoro, gli additivi sono stati ritrovati in combinazioni caratteristiche, legate alle specifiche attività e ai materiali polimerici utilizzati. Questo ha consentito di definire vere e proprie “impronte chimiche”, aprendo nuove prospettive per il monitoraggio delle micro e nanoplastiche nell’aria.
Il progetto è nato da “un bando dell’Inail focalizzato sulla ricerca delle micro e nanoplastiche aerodisperse, è durato due anni e mezzo, ci ha permesso di misurare e raccogliere campioni di particolato respirabile in ambienti di lavoro del tipo imbottigliamento di acque, lavorazioni di pneumatici e industrie tessili- ha spiegato Pietrodangelo- Nei risultati sono evidenti concentrazioni di microplastiche più alte, soprattutto dove ci sono i macchinari che lavorano i materiali plastici, e grazie a questa ricerca sono stati identificati alcuni indicatori di tipo chimico che possono permettere di identificare in maniera rapida e sicura la presenza micro e nanoplastiche nell’insieme delle particelle del particolato atmosferico, che sono di vario genere”.
Altri ambienti simili “come le aziende dove si producono manufatti in plastica con le stampanti 3D o gli impianti di processamento dei rifiuti plastici, potrebbero avere, analogamente a quelli investigati, elevate concentrazioni di microplastiche in aria- ha continuato Pietrodangelo- Ovviamente questo va determinato con maggiore sicurezza, facendo misure che attualmente non sono state fatte”.
Cosa farà il Cnr con i risultati dello studio? “La finalità dei risultati di questo progetto è supportare l’Inail nel creare un database di informazioni utili nel prossimo futuro a identificare dei fattori di rischio e dei limiti di concentrazione in ambienti di lavoro che attualmente, riguardo alle microplastiche aerodisperse, non sono disponibili- ha risposto Pietrodangelo- Alcuni limiti riguardano solo le industrie dove le microplastiche sono prodotte intenzionalmente per essere utilizzate nei prodotti di vario genere. Ma quelle non intenzionali, cioè quelle create dalla lavorazione di materiali plastici, tuttora non hanno una legislazione e quindi limiti per la salute umana”.
Uno dei dati “più importanti” emersi dalla ricerca “è la quantità di materiale organico nel particolato Pm 10 (quindi respirabile) in questi ambienti, soprattutto nei punti più vicini alle attività di lavorazione dei materiali plastici- ha sottolineato Pietrodangelo- E’ una quantità che si attesta dal 40 fino al 70% della massa del Pm10, mentre in ambienti esterni o chiusi, ma non vicini alle attività di lavorazione, questa percentuale oscilla tra il 20 e il 40%”.
Al momento “non è possibile stabilire un limite di tossicità, perché ancora non ci sono studi sufficienti, ma questo progetto pone le basi per generare una direzione di ricerca che speriamo porti a stabilire dei limiti di impatto per la salute”, ha concluso Pietrodangelo.
