
Cosa sono le particelle ultrafini e perché preoccupano
Le particelle ultrafini (Ultrafine Particles, UFP) hanno un diametro inferiore a 100 nanometri, migliaia di volte più piccolo di un capello. Proprio per le loro dimensioni, possono penetrare in profondità nell’organismo, raggiungendo il sistema circolatorio e altri organi.
Un nuovo studio suggerisce che queste particelle possano favorire lo sviluppo di malattie cardiovascolari anche nei Paesi dove i limiti normativi sulle emissioni sono già rispettati.
Lo studio: chi lo ha condotto
La ricerca è coordinata da Francesca Costabile, dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr (Cnr-Isac) di Roma, ed è pubblicata sulla rivista GeoHealth dell’American Geophysical Union (AGU).
Al progetto hanno collaborato:
- Max Planck Institute for Chemistry
- Università di Exeter
- Cyprus Institute
- German Center for Cardiovascular Research
Come è stata condotta l’analisi
I ricercatori hanno esaminato l’esposizione a lungo termine alle UFP tra il 2010 e il 2019, incrociando i dati con due indicatori sanitari chiave:
- Anni di vita persi per mortalità cardiovascolare
- Anni vissuti con disabilità causata da malattie cardiovascolari
Lo studio si basa su un nuovo database globale delle concentrazioni di UFP e sui dati del Global Burden of Diseases (GBD).
I risultati principali
L’indagine ha rilevato una correlazione tra livelli più alti di esposizione alle particelle ultrafini e un maggiore sviluppo di patologie cardiovascolari.
Secondo Costabile, i dati “rafforzano l’ipotesi che l’esposizione a tali particelle possa contribuire allo sviluppo di malattie cardiovascolari”, indipendentemente dal particolato PM2.5.
Un ruolo indipendente rispetto al PM2.5
Il punto più rilevante: le UFP sembrano avere un effetto autonomo, non spiegato dal solo particolato fine, con un impatto particolarmente marcato sugli anni vissuti con disabilità più che sulla mortalità diretta.
Il trend nei Paesi ad alto reddito
Nel periodo analizzato, l’esposizione alle particelle ultrafini è diminuita, grazie a miglioramenti tecnologici e a misure di controllo delle emissioni. Parallelamente, si osserva anche un calo della mortalità cardiovascolare in molti Paesi industrializzati.
Lo studio si concentra sui Paesi ad alto reddito (HICs) per ridurre i fattori di confondimento legati a sistemi sanitari, condizioni socioeconomiche e qualità disomogenea dei dati.
Perché mancano ancora dati sufficienti
Costabile sottolinea un limite importante: mentre gli effetti sanitari del PM2.5 sono ampiamente documentati, le conoscenze sulle UFP restano limitate, anche per la scarsità di serie di dati omogenee e di lungo periodo.
Il contesto normativo europeo
La ricerca si inserisce nel quadro della nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria ambiente (EC/2024/2881), che attribuisce crescente importanza al monitoraggio delle particelle ultrafini.
Le conclusioni degli autori
Gli autori chiedono un’attenzione specifica alle UFP nelle strategie di qualità dell’aria e prevenzione sanitaria.
“Le particelle ultrafini sono potenzialmente in grado di penetrare nel nostro corpo e raggiungere il sistema circolatorio e altri organi. I risultati suggeriscono la necessità di approfondire il loro reale impatto sullo sviluppo di malattie cardiovascolari e di rafforzarne il monitoraggio, anche dove gli attuali limiti di legge sul PM2.5 sono rispettati”, Francesca Costabile, Cnr-Isac
In sintesi: anche un’aria formalmente “a norma” per il PM2.5 potrebbe non essere sufficiente a proteggere il cuore, se non si tiene conto delle particelle ultrafini. Monitorarle diventa una priorità per la salute pubblica.
