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IN LOMBARDIA 3.000 INFERMIERI DA SUDAMERICA

Giu 16, 2024

“Non sono affatto questi i progetti risolutivi a lungo termine di cui abbiamo bisogno, tra organici ridotti all’osso, fughe all’estero e dimissioni da arginare, con un contratto della sanità in itinere che, ahimè, non ha ancora trovato quella concretizzazione sperata, nonostante veda sindacati come il nostro, nel tavolo delle trattative, strenuamente a difesa dei diritti degli infermieri, delle ostetriche e degli altri professionisti”.

A dirlo è Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, il sindacato degli infermieri, che di scaglia contro il progetto di rendere operativi 3.000 infermieri sudamericani in Lombardia entro la fine dell’anno, annunciato dall’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso. “Dopo il Paraguay, è vicino l’accordo anche con l’Argentina. Ci dicono che saranno nel complesso addirittura 3.000, arriveranno a scaglioni, e sosteranno, come i loro predecessori, appena quattro settimane di corso di italiano presso il Centro accreditato Gulliver”, spiega De Palma.

Che invita a immaginare “un gruppo di volenterosi giovani professionisti sanitari, provenienti dall’altra parte del mondo, ‘gettati letteralmente nella mischia’, è il caso di usare questo termine, nelle Rsa e negli ospedali pubblici di una regione complessa e alle prese con deficit eternamente irrisolti come la Lombardia, con una drammatica carenza di 10.000 infermieri”. Il presidente di Nursing Up pensa alle “barriere linguistiche” che “non sono certo ostacoli superabili in appena un mese di formazione” e alla “totale mancanza di conoscenza del complesso alveo di norme del nostro sistema sanitario”. E aggiunge: “Immaginateli davanti al registro delle prescrizioni scritto in italiano, per preparare il carrello della terapia con i farmaci da utilizzare e relativo dosaggio”.

Per il sindacalista, “gli stanchi e logorati colleghi italiani che si ritroverebbero a lavorare in questo stato di cose, sia chiaro, rischiano di veder ulteriormente aggravato il proprio già arduo compito quotidiano, alle prese da tempo, in territori come la Lombardia, con un ciclone di disagi che non sembra destinato a placarsi”. In ballo, c’è “la qualità stessa dell’assistenza, già profondamente minata dalla crisi in atto- afferma-, partendo dal principio che la conoscenza della lingua italiana è indispensabile nell’approccio del professionista con il malato, figuriamoci se anziano o affetto da patologie croniche”. E conclude: “Non smetteremo mai di ripeterlo: doverosamente chiamati a fare la nostra parte, tutti, per uscire dal labirinto crisi, non possiamo non riconoscere, di fronte a quanto prospettato da Bertolaso, che, il nostro sistema sanitario, soprattutto i nostri cittadini, non hanno bisogno di scorciatoie anguste e tortuose come quelle indicate oggi dall’assessore al Welfare della Lombardia”. 

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