• Mer. Apr 24th, 2024

Il rene policistico (malattia policistica autosomica dominante, Autosomal Dominant Polycystic Kidney Disease – ADPKD) in Europa è considerata ‘malattia rara’ perché ha un’incidenza inferiore a 5 casi per 100.000 abitanti.

“Non così per l’Italia- spiega il professor Giuseppe Grandaliano, direttore UOC di Nefrologia del Policlinico Gemelli e Ordinario di nefrologia presso l’Università Cattolica- dove l’incidenza è molto più alta, pari a 1.000-4.000 per 100 mila abitanti. 

Questo è dovuto alla presenza di enclave familiari, all’interno delle quali il rene policistico è molto frequente. Per migliorare la raccolta dei casi, da circa un anno è stato istituito dalla Società Italiana di Nefrologia un registro di patologia, del quale fa parte anche il Gemelli”. “Più correttamente- ricorda il responsabile scientifico del congresso, dottor Pierluigi Fulignati, della UOC di Nefrologia del Gemelli- bisognerebbe parlare di ‘malattia policistica’, visto che ad essere interessato è spesso anche il fegato che si riempie di cisti (fegato policistico), senza però arrivare all’insufficienza d’organo.

Questi pazienti possono inoltre presentare diverticoli intestinali, ernie inguinali, calcolosi renale da urati, steno-insufficienza mitralica e aneurismi cerebrali. Il rene policistico non va confuso con le cisti semplici del rene, né con le altre malattie cistiche (‘rene multicistico’) che hanno una prognosi più favorevole (non vanno incontro ad insufficienza renale, manca l’interessamento di altri organi, non è a eziologia genetica). 

LE CAUSE 

 Il rene policistico è la quarta causa (e la prima ad eziologia genetica) di ricorso alla dialisi in Italia perché è una malattia che evolve rapidamente verso l’insufficienza renale. “Due le forme più frequenti di malattia – ricorda il professor Grandaliano – una legata ad un’alterazione genica sul cromosoma 4 (codifica per la proteina PKD1), l’altra sul cromosoma 16 (codifica per la proteina PKD2). La prima è a insorgenza più precoce, giovanile e porta più facilmente verso l’insufficienza renale terminale. L’alterazione del gene codificante per la PKD2 dà invece manifestazioni più tardive e meno gravi, che non necessariamente dunque portano all’insufficienza renale terminale. Nel 92% dei casi la malattia è trasmessa per via genetica da un genitore; solo l’8% dei casi è dovuto a mutazioni di nuova comparsa. Vista la natura ereditaria di questa condizione, i figli di pazienti con rene policistico devono fare controlli ecografici periodici e sottoporsi a test genetici. Oltre ai geni che causano la malattia, ne sono stati individuati altri in grado di influenzare l’andamento e l’evoluzione della malattia stessa”. 

I MECCANISMI DI MALATTIA 

 “L’interessamento di queste proteine- spiega il dottor Fulignati- porta ad un’alterazione dell’ormone anti-diuretico (vasopressina) e questo determina la formazione di una serie di cisti che, nel tempo, aumentano globalmente le dimensioni dei reni (il rene passa da 10 cm a 22-23 cm e arriva fino a 3 Kg di peso), distruggendo però il parenchima renale funzionante, fino a portare all’insufficienza d’organo”. 

IL TRATTAMENTO 

 Molto importante è la diagnosi precoce. “Se la malattia viene diagnosticata nella fascia d’età 18-55 anni, quando il paziente ha una funzione renale ancora non del tutto compromessa- spiega il professor Grandaliano- è possibile intervenire con diverse terapie, la più importante delle quali è il tolvaptan, inibitore della vasopressina che riduce la formazione delle cisti e quindi protegge dall’insufficienza renale. Altre terapie utilizzate sono l’octreotide, che funziona però meglio più sulle cisti epatiche, che su quelle renali”. “Sono in corso- prosegue il dottor Fulignati- sperimentazioni sulla metformina (le cisti si ‘nutrono’ di glucosio e dunque privandole del nutrimento, crescono di meno; il farmaco inoltre, inibendo l’mTOR, ha un effetto anti-proliferativo) e sul dapagliflozin. Sono state invece abbandonate le ricerche sul bardoxolone (inibitore di NF-kB), perché risultato poco efficace sul controllo di malattia”. Tutti i pazienti con malattia renale avanzata hanno problemi ossei legati all’iperparatiroidismo, ma i pazienti con rene policistico hanno manifestazioni ossee particolari, la cosiddetta osteite fibrosa, che è un sovvertimento della struttura ossea, con problemi di osteomalacia sovrapposti. Questi pazienti si trattano con i farmaci per l’iperparatiroidismo secondario (vitamina D, analoghi della vitamina D); in alcuni casi possono essere utili anche i farmaci anti-riassorbitivi. 

L’IMPEGNO DEL GEMELLI PER I PAZIENTI CON RENE POLICISTICO 

 Il Gemelli assiste questi pazienti lungo tutta l’evoluzione della malattia dalla diagnosi genetica, alla dialisi. E l’ambulatorio del rene policistico del Gemelli è uno di quelli che assiste più pazienti in Italia (al momento circa 400). Le visite si prenotano attraverso il CUP del Gemelli; molti pazienti, dal centro e dal sud Italia, vengono inviati dall’Associazione italiana rene policistico (AIRP). L’impegno degli specialisti del Gemelli si estende naturalmente anche nella ricerca non solo di possibili nuovi trattamenti, ma anche sui risvolti prognostici. “In collaborazione con il dottor Luca Boldrini (Radioterapia Oncologica di Fondazione Policlinico Gemelli)- ricorda il professor Grandaliano- stiamo conducendo studi di radiomica per valutare le caratteristiche TAC della parete delle cisti, che potrebbero avere un valore predittivo sull’evoluzione della malattia e quindi sulla prognosi”. 

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