
Perché la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) progredisce rapidamente in alcune persone, mentre in altre ha un decorso più lento? Comprendere le ragioni di questa variabilità è una delle principali sfide della ricerca su questa grave malattia neurodegenerativa, che colpisce i neuroni responsabili del controllo dei muscoli.
Una nuova risposta potrebbe arrivare dalla risonanza magnetica cerebrale. Uno studio condotto dai ricercatori dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e dell’Università degli Studi di Milano, appena pubblicato sulla rivista internazionale Brain, ha individuato un’associazione tra alcune alterazioni del tessuto cerebrale, generalmente legate alla sofferenza dei piccoli vasi sanguigni, e la gravità e l’evoluzione della SLA.
Analizzando le risonanze magnetiche di 399 pazienti, i ricercatori hanno osservato che una maggiore presenza di queste alterazioni è associata a difficoltà motorie e cognitive più marcate e a stadi più avanzati della malattia. Inoltre, i pazienti con alterazioni particolarmente evidenti in alcune regioni cerebrali presentavano una sopravvivenza più breve, anche tenendo conto di altri fattori prognostici noti.
Tradizionalmente la SLA viene studiata concentrandosi soprattutto sui motoneuroni, le cellule nervose che controllano il movimento e che progressivamente degenerano nel corso della malattia. Negli ultimi anni, tuttavia, è emersa l’importanza dell’ambiente che circonda queste cellule, compresi i piccoli vasi sanguigni che contribuiscono al loro nutrimento e al loro funzionamento.
«Siamo abituati a pensare alla SLA come a una malattia che colpisce principalmente i neuroni responsabili del movimento. Questo studio ci ricorda che i neuroni non vivono isolati: la loro salute dipende anche dall’ambiente che li circonda, compresi i piccoli vasi sanguigni», spiega il Prof. Nicola Ticozzi, Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e Professore Associato di Neurologia all’Università degli Studi di Milano. «Il fatto che alcune alterazioni cerebrali associate alla sofferenza dei piccoli vasi siano collegate alla gravità della malattia e alla sopravvivenza suggerisce che la componente vascolare possa contribuire a spiegare, almeno in parte, perché la SLA abbia un decorso così diverso da paziente a paziente. Non abbiamo dimostrato un rapporto di causa ed effetto, ma individuato un elemento che potrebbe aiutarci a comprendere meglio i meccanismi della malattia».
I ricercatori si sono concentrati sulle cosiddette iperintensità della sostanza bianca, piccole aree che appaiono più chiare nelle immagini di risonanza magnetica. Queste alterazioni sono frequenti soprattutto nelle persone anziane e vengono generalmente associate all’invecchiamento e a fattori di rischio vascolare, come l’ipertensione. Lo studio ha mostrato che, nelle persone con SLA, la loro presenza è associata anche ad aspetti specifici della malattia, tra cui la perdita di forza muscolare, le difficoltà cognitive e la prognosi.
«L’aspetto particolarmente interessante è che non abbiamo utilizzato esami sperimentali, ma immagini di risonanza magnetica come quelle che vengono già acquisite nella normale valutazione neurologica», sottolinea il Dott. Alessio Maranzano, neurologo e ricercatore dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano, autore corrispondente dello studio. «Abbiamo scoperto che alterazioni spesso considerate soprattutto una conseguenza dell’età o dei comuni fattori di rischio vascolare possono fornire informazioni rilevanti anche nel contesto della SLA. La loro associazione con la compromissione motoria, le difficoltà cognitive e la sopravvivenza suggerisce che meritino maggiore attenzione. Il prossimo passo sarà capire se queste osservazioni possano aiutarci, in futuro, a caratterizzare più accuratamente i diversi profili di malattia».
I risultati non significano che le alterazioni vascolari siano una causa della SLA, né che intervenire su di esse possa modificarne il decorso. Lo studio è infatti osservazionale e non permette di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto.
Saranno necessarie ulteriori ricerche, soprattutto studi che seguano i pazienti nel tempo, per comprendere meglio il ruolo di queste alterazioni e verificare se possano diventare indicatori utili per la valutazione prognostica.
La prospettiva è quella di comprendere meglio le differenze biologiche tra i pazienti, un passaggio importante per rendere sempre più precisa la caratterizzazione della SLA e, in futuro, favorire una migliore progettazione degli studi clinici.
La ricerca si inserisce nell’impegno dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e dell’Università degli Studi di Milano nello studio delle malattie neurodegenerative, attraverso l’integrazione tra attività clinica, ricerca neurologica e tecnologie avanzate di neuroimaging, in collaborazione con centri di ricerca nazionali e internazionali.
Il lavoro scientifico si colloca nell’ambito delle linee di ricerca promosse dal progetto Dipartimenti di Eccellenza 2023–2027, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e coordinato dal Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti dell’Ateneo milanese. «Il progetto, dedicato allo studio delle alterazioni del microcircolo e del loro ruolo in numerose patologie, comprese quelle neurologiche, punta a integrare competenze cliniche, tecnologie avanzate e ricerca biologica per comprendere meglio i meccanismi delle malattie e favorire lo sviluppo della medicina di precisione. I risultati pubblicati su Brain rappresentano un esempio concreto del valore di questo approccio interdisciplinare applicato allo studio della SLA» conclude Flora Peyvandi, direttrice del Dipartimento.
