
La maggior parte degli italiani conosce l’HIV ma continua a considerare remoto il proprio rischio personale di acquisirlo. Questa percezione può ridurre il ricorso al test e, conseguentemente, alle numerose strategie di prevenzione, come emerge da ‘Tackle HIV 2026 italia’. I risultati dell’indagine1, condotta online da Research Without Barriers (RWB) su 2.012 adulti italiani tra il 10 e il 23 marzo 2026 per ViiV Healthcare, in collaborazione con Terrence Higgins Trust, sono stati presentati a CASA GSK durante l’incontro “Oltre lo stigma: salute, prevenzione e inclusione”, rivolto ai dipendenti GSK e ViiV.
La ricerca s’inserisce nell’iniziativa internazionale Tackle HIV2, giunta al sesto anno, che utilizza la forza dello sport per avvicinare le comunità e favorire un cambiamento nelle conoscenze e nei comportamenti rispetto al virus. Protagonista della campagna è Gareth Thomas, ex capitano della nazionale gallese di rugby e dei British & Irish Lions. Primo giocatore professionista a dichiararsi apertamente gay nel 2009 e, dal 2019, pubblicamente persona con HIV, Thomas ha partecipato all’evento di CASA GSK come HIV advocate e campaigner. «Ho scelto di raccontare la mia storia anche per ricordare che dietro le statistiche – fondamentali per comprendere il quadro dell’HIV – ci sono persone, con relazioni, sogni e progetti. Con Tackle HIV vogliamo dare voce a queste esperienze e portare la consapevolezza nelle comunità, usando la forza del rugby, e in generale dello sport, per aprire conversazioni, mettere in discussione i falsi miti e contrastare lo stigma. Una maggiore conoscenza e il superamento dei pregiudizi possono contribuire concretamente a migliorare la vita delle persone con HIV.»
Il rischio percepito resta legato a popolazioni specifiche
Il primo dato riguarda la percezione del rischio di contrarre l’HIV. Gli intervistati italiani lo associano soprattutto agli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (79%), alle persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa (72%) e alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso (70%). Il rischio viene riconosciuto anche per gli uomini eterosessuali (59%) e le donne eterosessuali (57%), ma con percentuali inferiori. Seguono le donne che hanno rapporti sessuali con donne (51%), le persone transgender (41%), i migranti (21%), le minoranze etniche (18%) e i bambini (14%). Soltanto il 2% degli intervistati non considera a rischio nessuna delle popolazioni proposte1 (slide 4).
«I risultati mostrano che il rischio di contrarre l’HIV viene ancora associato soprattutto ad alcuni gruppi, quasi fosse una realtà lontana dalla propria esperienza», commenta Davide Moschese, del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco – Università degli Studi di Milano, presente all’incontro. «Questa percezione può portare a sottovalutare l’esposizione personale e a rinunciare al test: non a caso, tra chi dichiara che non lo farebbe, la convinzione di non essere a rischio rappresenta di gran lunga la barriera principale.»
Test HIV: apertura diffusa, ma la percezione del rischio è la principale barriera
Quasi sette persone su dieci mostrano apertura verso il test HIV: il 27% degli intervistati dichiara di averlo già effettuato e il 42% prenderebbe in considerazione l’idea di farlo. Il 21% afferma invece che non vi si sottoporrebbe, mentre il 10% non sa rispondere1 (slide 5). Tra chi esclude il test, la convinzione di non essere a rischio è nettamente la barriera principale, indicata dall’85%. Tutti gli altri ostacoli risultano molto meno frequenti: il costo del test (6%), la difficoltà a capire dove effettuarlo (5%), l’imbarazzo se altri ne venissero a conoscenza (3%), il desiderio di non conoscere il proprio stato sierologico (3%), la preoccupazione per l’effetuazione del prelievo o lo skin prick test (3%), la mancanza di tempo (3%), il timore che un’eventuale diagnosi venga scoperta da altre persone (2%) e altre motivazioni (3%)1 (slide 6).
«Dobbiamo promuovere una consapevolezza più corretta e inclusiva, normalizzando il test come strumento di prevenzione attiva. Occorre renderlo sempre più accessibile e accompagnarlo con informazioni chiare su tutte le modalità di prevenzione dell’HIV, compresa la PrEP, ancora oggi troppo poco utilizzata in italia», aggiunge Moschese. «Le opzioni innovative oggi disponibili possono contribuire concretamente a superare lo stigma e a costruire percorsi di prevenzione e cura più personalizzati.»
Terapie efficaci e trasmissione: un divario informativo ancora significativo
Le incertezze non riguardano soltanto il rischio e il test, ma anche l’effetto delle terapie sulla trasmissione del virus. Alla domanda se una persona con HIV in trattamento efficace possa trasmettere il virus a un partner sessuale, il 51% degli intervistati risponde sì, il 25% no e il 24% dichiara di non sapere1 (slide 7). Nel complesso, tre persone su quattro non riconoscono quindi correttamente, o non conoscono affatto, il principio U = U (undetectable = untransmittable) secondo cui un trattamento con farmaci antiretrovirali efficace impedisce la trasmissione per via sessuale del virus.
Qualità di vita: l’innovazione cambia la realtà dell’HIV, ma non tutte le percezioni
Più positiva è la percezione della vita quotidiana: il 59% degli intervistati non ritiene che convivere con l’HIV impedisca di svolgere alcuna delle attività proposte1 (slide 8). Tra queste figurano avere una relazione sessuale, praticare sport di contatto, viaggiare, socializzare e svolgere attività fisica, oltre a lavorare in ambiti come i servizi di emergenza, la sanità, le forze armate, l’assistenza, l’insegnamento, lo sport professionistico e l’aviazione.
«La ricerca restituisce un quadro segnato da progressi importanti, ma anche da conoscenze che devono ancora consolidarsi», afferma Cristina Zocchetti,
Direttore Medico di ViiV Healthcare Italia. «Oggi, grazie all’efficacia dei trattamenti e a una presa in carico adeguata, le persone con HIV possono avere una qualità di vita paragonabile a quella delle persone che non hanno l’infezione. Far conoscere meglio questa realtà è essenziale per colmare le lacune informative, superare le convinzioni errate e ridurre lo stigma.»
HIV: colmare la distanza tra conoscenza e consapevolezza
Nel complesso, ‘Tackle HIV 2026 Italia’ fotografa un Paese in cui la conoscenza dell’HIV è diffusa, ma non sempre si traduce in una corretta valutazione del rischio personale. Il divario emerge soprattutto nella convinzione di non essere esposti, che allontana dal test, e nella conoscenza ancora incompleta dell’effetto delle terapie sulla trasmissione del virus. Al tempo stesso, la maggioranza degli intervistati riconosce che le persone con HIV possono condurre una vita piena e attiva.
In questo scenario, l’innovazione può contribuire a ridurre la distanza tra ciò che oggi è possibile e ciò che le persone ancora percepiscono, rendendo il test più accessibile, avvicinando la prevenzione ai bisogni individuali e continuando a migliorare i trattamenti e la presa in carico. Affinché i progressi scientifici si traducano pienamente in salute e qualità di vita, è necessario accompagnarli con un’informazione corretta e con un impegno costante contro lo stigma.
Metodologia
La ricerca è stata condotta nel rispetto del Codice di condotta MRS (2023) e delle Linee guida mondiali per la ricerca ICC/ESOMAR (2023), in conformità al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e alla Legge sulla protezione dei dati (2018)1 (slide 1).
Riferimenti bibliografici
- TACKLING THE MISUNDERSTANDING AND STIGMA AROUND HIV/SURVEY – https://tacklehiv.org/wp-content/uploads/RWB2127-Advocate-Tackle-HIV-2026-Italia-grafici-riassuntivi-della-ricerca.pdf
- TACKLING THE MISUNDERSTANDING AND STIGMA AROUND HIV – https://tacklehiv.org/
