Il 92% degli oncologi italiani utilizza farmaci biotecnologici per i propri pazienti, ma solo il 24% dà una definizione corretta dei biosimilari, farmaci simili ma non uguali agli originali biotech. L’arrivo nei prossimi anni dei biosimilari di anticorpi monoclonali (mAb) utilizzati in oncologia può porre interrogativi sulla loro efficacia e sicurezza per i pazienti. Per l’84% dei clinici la decisione sulla sostituibilità tra biologico e biosimilare deve essere di esclusiva competenza dell’oncologo.
Per il 62% degli oncologi le maggiori criticità legate all’uso dei biosimilari derivano dal fatto che possono funzionare in maniera differente rispetto al farmaco originatore. La difficoltà nel riprodurre i biotech cresce in maniera proporzionale alla complessità dell’originator. “Per capire la differenza tra le due generazioni dei biotech – afferma il prof. Michele Carruba, Direttore del Dipartimento di Farmacologia, Chemioterapia e Tossicologia medica all’Università di Milano – basta considerare il diverso peso molecolare. Ad esempio, una eritropoietina di circa 30.000 dalton è molto più semplice per dimensioni, caratteristiche di produzione e meccanismo d’azione rispetto ad un anticorpo monoclonale che pesa oltre 145.000 dalton. Uno dei punti chiave è la non sostituibilità automatica dei biosimilari, che possono essere notevolmente diversi dai biologici originatori. Nel nostro Paese l’intercambiabilità fra due medicinali è ammessa se attuata tra prodotti compresi nelle cosiddette ‘liste di trasparenza’, predisposte dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), relative ai generici e ai loro originatori, considerati a tutti gli effetti equivalenti terapeutici”. Per quanto riguarda i biosimilari attualmente disponibili, nessuna norma sancisce il divieto esplicito di sostituzione, previsto invece in altri Paesi europei. Però l’AIFA non ha inserito alcun biosimilare nelle liste di trasparenza, bloccando, di fatto, la possibilità di sostituzione da parte del farmacista. Quindi questi prodotti non possono ritenersi automaticamente intercambiabili con gli originatori e la possibilità di utilizzarli al posto dei medicinali di riferimento è da ricondurre alla scelta terapeutica del medico.
Qual è la situazione a livello europeo? “L’EMA ha sviluppato un approccio specifico per autorizzare l’immissione in commercio di questi prodotti – continua il prof. Carruba -. È richiesto un dossier di registrazione che, pur basandosi su quello del medicinale di riferimento, deve riportare studi comparativi preclinici e clinici, indicati con il termine di ‘esercizio di comparabilità’, per dimostrare che il farmaco che si intende registrare possiede un profilo sovrapponibile a quello dell’originatore, per quanto riguarda qualità, sicurezza ed efficacia. Il processo di registrazione di un biosimilare è dunque decisamente oneroso perché alcune parti del dossier non possono essere omesse e sostituite con uno studio di bioequivalenza a differenza di quanto avviene per un generico”. In considerazione delle specificità legate ai biosimilari degli anticorpi monoclonali, l’EMA ha stabilito Linee Guida apposite dal 1° dicembre 2012. L’ente regolatorio statunitense, la Food and Drug administration (FDA), ha emesso nel febbraio 2012 le direttive per l’industria farmaceutica (Draft guidance) per lo sviluppo e l’approvazione all’uso e al commercio dei biosimilari negli USA. “L’FDA – sottolinea il prof. Cascinu - non esclude l’intercambiabilità, anche se afferma che per consentirla è necessario presentare studi clinici addizionali. In tal caso il medicinale potrà essere sostituito anche senza il parere del medico che ha prescritto il farmaco di riferimento”.
La posizione dell’AIOM sui biosimilari già a disposizione è molto chiara ed è stata ribadita in un documento depositato presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato nel novembre 2010. “Il medico è legalmente responsabile di ciò che prescrive: pertanto può indicare il biosimilare oppure l’originatore – conclude il prof. Cascinu -. I nuovi pazienti possono essere trattati con un biosimilare, mentre per quelli già in cura con l’originatore andrebbe garantita la continuità terapeutica”.









