“I Disturbi Specifici del Linguaggio – spiega Tiziana Rossetto, presidente FLI – non sono conseguenti a patologie neurologiche centrali o periferiche, né a danni organici dell’apparato articolatorio e non riguardano deficit intellettivi o situazioni di svantaggio socio-culturale Le ultime ricerche scientifiche confermano la sua origine neurobiologica, uno dei dati più importanti è che vi è un’alta percentuale di familiarità, stimata al 70%. Hanno espressioni diverse riconducibili a tre categorie: disturbo specifico dell’articolazione, in cui il bambino pronuncia male o non è in grado di pronunciare alcuni suoni che dovrebbero già essere presenti alla sua età; disturbo del linguaggio espressivo, in cui il bambino costruisce in modo alterato le parole (es. “poto” al posto di “topo”) o le frasi (es. “bimbo mangia no” per “il bimbo non mangia”) rispetto ad un coetaneo, pur comprendendo quello che gli viene detto; disturbo della comprensione del linguaggio, in cui le difficoltà di linguaggio sono decisamente più importanti ed il bambino fatica ad elaborare sia le informazioni in entrata (difficoltà di comprensione) sia quelle in uscita (difficoltà di espressione). È fondamentale precisare la grande variabilità interindividuale per la quale è indispensabile una valutazione specifica completa. Inoltre la letteratura riferisce che le persone con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) presentano un pregresso disturbo di linguaggio nel 30-40% dei casi”.









