Il disagio psichico è una problematica di sempre più larga diffusione e di interesse collettivo. Gli ultimi dati epidemiologici attestano, infatti, che circa 1/3 della popolazione soffre annualmente di patologia psichica, con importanti ripercussioni sulla vita familiare e sociale.
“Nutrire la mente – spiega il prof. Eugenio Aguglia, presidente della SIP – significa per noi promuovere una condizione di crescita sostenibile della mente non solo per chi soffre di disturbi psichici ma per tutti i cittadini; sostenere lo sviluppo di una psichiatria non più orientata alla sola psicopatologia, ma mirata a creare una salute psichica estesa a tutte le età della vita e in tutti contesti; riconoscere e essere in grado di comunicare le basi di un sapere fondato su rigorose procedure metodologiche (diagnostiche e terapeutiche), integrate con le conoscenze provenienti da scienze mediche tradizionali, sociali e dalle recenti neuroscienze”.
“La sfida posta dal congresso – spiega Claudio Mencacci, Presidente del Congresso e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano – è quella di sensibilizzare ad una psichiatria che non si occupi solo dei pazienti più ‘visibili’ e più ‘destinati alla marginalizzazione’ ma che sia capace di un’opera di integrazione di tutte le espressioni del disagio psichico presenti nella società e dunque capace di parlare ai cittadini, di essere compresa e di operare come soggetto forte portatore di un sapere forte. Risulta importante cioè colmare la perdita di definizione dell’agire psichiatrico, nato dall’abbandono voluto, del mandato custodialistico. In questo senso lo psichiatra deve essere capace di un sapere che sa misurarsi con fenomeni che vanno dal comportamento di un recettore neuronale esposto ad una molecola ad azione antagonista alla risposta comportamentale di una persona esposta a grandi elementi di stress, in un processo di continua ridiscussione dei propri mezzi e delle proprie competenze che nel corso degli ultimi anni ha contribuito ad una relativa perdita di centralità. A ciò si aggiunga il fatto – continua Mencacci - che spesso abbiamo consegnato la nostra disciplina ad una marginalizzazione comunicativa che fa intervenire lo psichiatra solo in casi di violenza irrazionale, ingenerando un pericoloso cono d’ombra che porta necessariamente alla marginalizzazione di ogni sfaccettatura del ruolo e delle necessità della psichiatria, compresi i finanziamenti. Di conseguenza, ciò che viene svolto nei servizi, in quanto incomunicabile diventa invisibile (e dunque inutile) agli occhi degli amministratori e dei cittadini, rarefacendo erroneamente anche il bisogno stesso di cura a cui gli psichiatri rispondono”.









