La conosciamo meglio, ma la depressione è ancora una “bestia nera” per la maggioranza degli italiani. Ne hanno sentito parlare tutti, quattro persone su dieci ammettono di averne sofferto o di avere familiari o amici che hanno affrontato il problema, ma nonostante questo si tratta tuttora una malattia che per 4 connazionali su 5 va vissuta da soli, senza parlarne neppure con il medico di famiglia; uno su tre ha ancora pregiudizi e false credenze e la ritiene addirittura una patologia “pericolosa” o che si potrebbe “risolvere con un po' di volontà”.
“Gli italiani oggi conoscono la depressione molto meglio rispetto al passato – spiega Carmine Munizza, direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche in Psichiatria della ASL2 di Torino, che ha coordinato la ricerca –: sanno ad esempio che è una malattia che colpisce circa il 15 per cento della popolazione, ne conoscono i segni, spesso l'hanno vissuta sulla propria pelle o vista in parenti o amici, e nell'80 % dei casi la definiscono una malattia come le altre. La sensibilità nei confronti del problema è maggiore in chi ha un grado di istruzione più elevato e soprattutto in chi ne ha fatto esperienza: chi non l'ha mai vissuta da vicino ne parla più spesso come di una ‘debolezza di carattere’ piuttosto che come di una malattia. Detto ciò, tuttavia, c'è ancora molto da migliorare: lo stigma nei confronti della malattia è tuttora molto elevato”. Infatti il 75% degli italiani ritiene la depressione un problema di cui non è opportuno parlare, da vivere e risolvere da soli, il 30% pensa che si tratti di una malattia da cui è possibile uscire senza chiedere aiuto e il 25% crede addirittura che sia una patologia pericolosa per gli altri. Inoltre c'è un buon 30% che ritiene inopportuno assumere una persona che soffre di depressione e un 16% che preferisce non frequentare i pazienti perché pensa di potersi ammalare a sua volta. E se il 90% degli italiani indica nella tristezza la “cifra” della depressione, l'80-90% ritiene che la causa sia una situazione stressante e pochi pensano che anche fattori biologici come una gravidanza o la menopausa possano predisporre alla malattia.
“Il vero problema è che non sempre il paziente depresso riconosce il suo problema: accade solo in un caso su due – osserva Claudio Mencacci, presidente del Congresso –. Fra questi, solo un'ulteriore metà si rivolge al medico e, fra chi chiede aiuto, solo il 50% non abbandona le terapie. Con queste premesse si può capire come il problema depressione sia ben lungi dall'essere risolto, anche perché spesso non ci si rivolge alla persona giusta, come evidenzia l'indagine: il primo specialista che viene in mente di consultare in caso di depressione è lo psicologo, non lo psichiatra. Il medico di medicina generale è visto come una possibile ancora di salvezza, e lo sarebbe perché oggi è realmente capace di gestire un paziente con depressione o almeno di fare da ponte fra lui e lo specialista psichiatra: purtroppo però gli italiani provano imbarazzo a parlare col proprio medico della depressione e in un caso su due lo ritengono troppo occupato per dare loro la giusta attenzione. Duole dirlo ma si tratta della realtà: difficilmente il medico di famiglia può permettersi di spendere mezz'ora con un paziente depresso, che quindi spesso scivola nella somatizzazione dei suoi disturbi. Iniziano qui prescrizioni di esami su esami, senza considerare quei segni come premonitori o indicatori di una depressione. Questi dati dovrebbero farci riflettere: il medico di famiglia ha le conoscenze per affrontare la depressione dei suoi assistiti, ma deve essere messo nelle condizioni di farlo ad esempio potendo contare sul supporto logistico di infermieri, psicologi, assistenti sociali. In questo senso speriamo che la riforma della medicina di famiglia con gli ambulatori aperti 24 ore su 24 possa aiutare a superare le difficoltà”.
Un altro scoglio è tra l'altro la resistenza alle terapie con i farmaci: la maggioranza degli italiani li teme, pensa che possano dare dipendenza o effetti collaterali gravi. E così non li assume o alla prima occasione abbandona le terapie, vanificandone gli effetti. “Se il medico di base si affiancasse a infermieri che possano chiamare i pazienti e accertarsi dell'aderenza alle cure – aggiunge Eugenio Aguglia, presidente della Società Italiana di Psichiatria – avremmo già fatto un passo avanti non da poco: oltre a una corretta diagnosi, infatti, serve anche assicurarsi che ogni paziente sia trattato nella maniera più adeguata. Questo oltre ad avere ripercussioni positive sul malato porterà a risparmi considerevoli in termini di riduzione dei costi per esami inutili e giornate di lavoro perse: di fronte a malattie croniche come la depressione dobbiamo necessariamente riorganizzare la nostra assistenza, perché la sfida è far sì che i pazienti seguano le cure come e per tutto il tempo che è necessario”.









