Immagini virtuali e olografiche in tre dimensioni, rigenerazione di tessuti, interventi auto cicatrizzanti ed indolori, protesi costruite dai robot. Una rivoluzione tecnologica e digitale destinata prevalentemente alla salute orale, con qualche risvolto anche estetico. Ma non mancano nemmeno novità in tema di igiene e sicurezza, dalla certificazione di qualità alla scoperta dei legami tra predisposizione al diabete e malattie sistemiche.
Sono questi i temi chiave di International Expodental a Milano, mostra di apparecchiature diagnostiche, terapeutiche e diagnostiche al massimo livello tecnologico in campo odontoiatrico, giunta alla sua 40° edizione, organizzata da Unidi, Unione Nazionale Industrie Dentali Italiane. La ricerca italiana in odontoiatria è infatti tra le prime al mondo e non a caso le industrie italiane sono tra le top leader internazionali in molti settori dell’odontoiatria. In contemporanea si svolge anche il congresso nazionale della Società Italiana di Osteointegrazione ed altri eventi scientifici in cui i più autorevoli clinici odontoiatri italiani e stranieri si confrontano sulle più recenti acquisizioni in fatto di implantologia.
Grazie alle nuove tecnologie, la cura delle malattie dentali sarà più semplice e sicura e la nostra bocca più sana. In caso di impianto, un quadro assolutamente preciso dell'osso (mandibolare o mascellare) in cui verrà effettuato, potrà essere ottenuto grazie alla possibilità di progettarlo con una TAC in 3 dimensioni, una metodica tecnologicamente avanzatissima. “Questa tecnica – spiega il prof. Franco Santoro, direttore della Clinica Odontoiatrica dell'Università di Milano e del Dipartimento Universitario e della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Odontostomatologica – consiste in una serie di immagini radiografiche dell'osso e dell'arcata dentaria a diversi livelli, come tante ‘fettine’ sovrapposte. Assemblando con particolari software queste immagini come se fossero dei fotogrammi virtuali, si ottiene una rappresentazione precisa della zona in cui va inserito l'impianto. Conoscendo lo spessore e conformazione ossea, la posizione di nervi e altre strutture anatomiche, si riesce a progettare l'intervento con precisione e sicurezza mai viste prima”.
Ma le novità non si limitano a questo. Per dare un ‘alloggiamento sicuro’ agli impianti dentari anche quando la condizione delle ossa di sostegno non è ottimale, la tecnica considerata più interessante è la rigenerazione ossea guidata omologa. Che è definitivamente uscita dalla fase sperimentale, e in congresso verranno fornite nuove prove della sua affidabilità. Questo sistema permette di dare spessore all'osso nel punto di inserimento dell'impianto. Sistemato nel punto funzionalmente migliore, l’impianto non solo è più solido ma permette anche di avere una dentatura più simmetrica, più armonica e in definitiva anche più bella. Un tempo quando l'odontoiatra si trovava davanti un tessuto osseo di scarso spessore e consistenza, le soluzioni erano due: o si alloggiava l'impianto laddove l'osso era già più solido (anche se non nella posizione ideale) o lo si consolidava con frammenti ossei prelevati in altri punti (solitamente il bacino) della stessa persona. Però nel primo caso l'impianto poteva non dare le garanzie migliori dal punto di vista statico e quindi era meno "robusto"; nel secondo ci si sottoponeva, per il prelievo, a un intervento che era ben più traumatico dell'impianto stesso. La rigenerazione ossea guidata omologa risolve il problema con una sorta di "trapianto soft": consiste infatti nell'inglobare nell'osso troppo sottile una "polvere" di osso umano da donatore e aspettare che la situazione, nel giro di alcuni mesi, si stabilizzi. Questo materiale, che viene applicato scollando la gengiva, è conservato a bassissima temperatura e proviene da una banca dei tessuti posta sotto il controllo del Centro Nazionale Trapianti, il che garantisce condizioni di massima sicurezza.
Basta anche con i vecchi e fastidiosi ‘stampi’ in cui affondare i denti. Ora esiste la tecnologia per creare l'impronta digitale dei nostri denti: un sistema ottico o laser rileva la forma e la posizione di ogni millimetro quadrato dell'arcata dentaria e traduce tutto questo in bit. In pochi secondi, le informazioni memorizzate creano un modello virtuale tridimensionale perfetto, dal quale si può costruirne uno fisico, concreto, assolutamente uguale alla situazione anatomica del paziente. “Una tecnica da validare nei dettagli – dice il prof. Eugenio Romeo, Presidente della Società Italiana di Implantologia Osteointegrata (SIO), Docente di protesi e implantoprotesi del Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università di Milano – ma che certamente rappresenta un futuro molto vicino. Decisamente più matura è invece la metodica che permette di costruire ‘maschere’ in grado non solo di guidare con grande precisione gli strumenti chirurgici, ma di evitare sollevamento di lembi e punti di sutura”. In sostanza: impronte tradizionali rilevano la conformazione anatomica dell’arcata dentale in cui dovrà essere posizionato l'impianto, da queste vengono realizzati i modelli in gesso che poi vengono scannerizzati. Incrociando questo modello virtuale con i dati della TAC che descrivono la situazione interna, il clinico simula al computer l’intervento chirurgico posizionando virtualmente gli impianti. Quindi grazie a mascherine chirurgiche rigide e a canali orientati secondo la giusta angolazione, il dentista può inserire la fresa e creare nell'osso il foro nel quale inserire l'impianto.
“In questo modo – spiega ancora il prof. Romeo – l’inserimento avviene esattamente nella posizione progettata, anche se inclinata (difficile da raggiungere a mano libera). Inoltre non occorre sollevare un lembo di gengiva da richiudere: c'è solo il piccolo foro della fresa, che guarisce più semplicemente, senza fastidio e senza punti. Questa minore traumaticità permette anche di applicare da subito la protesi, cioè il dente vero e proprio, sopra l'impianto. Anche se naturalmente l'osteointegrazione avrà poi bisogno di tempo per realizzarsi e consolidarsi”.









