In Italia i medici ipertesi sono restii ad assumere il ruolo di paziente e a mettere in atto ciò che chiedono invece ai propri assistiti. E’ quanto emerge da una ricerca realizzata dall’Università La Sapienza di Roma sui comportamenti attuati dai medici di medicina generale nel momento in cui si accorgono di essere ipertesi.
L’indagine si è svolta in due step, di tipo quantitativo (interviste telefoniche) e qualitativo (focus group), su un campione di 3mila medici distribuiti per genere e area geografica secondo l’usuale classificazione Nielsen (nord-ovest, nord-est, centro e sud-isole). Tra tutti gli intervistati, il 17,7% ha dichiarato di essere affetto da ipertensione arteriosa. La malattia è più diffusa al sud e isole (32,34%), dove gli uomini rappresentano il 25,47% e nella fascia di età al di sopra dei 56 anni (79%). La ricerca ha coinvolto 2.231 medici uomini (74% circa) e 769 medici donne (25% circa). Si nota una preponderanza del sesso maschile (20,3%) rispetto a quello femminile (11,2%). Le più colpite sono le donne medico nel nord-ovest (7,4%). L’89% dei medici ipertesi ha in atto una terapia farmacologica e il trattamento è più diffuso nelle regioni del centro e sud Italia. Dall’indagine emerge anche un elevato ricorso all’automedicazione, con un esiguo 30% che consulta il cardiologo. Le donne sono più attente, dal momento che ricorrono allo specialista nel 40% dei casi. Come i loro pazienti, anche la maggioranza dei medici ha scoperto di essere ipertesa in circostanze casuali e spesso in modo inatteso. Un dato interessante è la constatazione che molti medici, pur consapevoli dei fattori di rischio (es. il fumo) e della familiarità che li caratterizza, non hanno verificato la presenza della malattia.
In modo analogo ai loro pazienti, i medici ammettono di aver avuto difficoltà ad accettare l’idea stessa di malattia. Anche nei confronti degli esami clinici e strumentali molti medici ammettono una certa negligenza verso se stessi, mentre sono tutti molto attenti nei confronti dei loro pazienti. Per quanto riguarda il monitoraggio della pressione nei mesi successivi la diagnosi e, soprattutto, il cambiamento di stili di vita, solo una minoranza dei medici ipertesi afferma di misurare la pressione regolarmente e di aver corretto alcuni dei fattori di rischio (ad es. il fumo o l’alcool), ammettendo spesso che questo è dovuto a una situazione clinica diversa dall’ipertensione (es. un infarto).
Nel quadro delineato dall’indagine emerge sicuramente una buona conoscenza dell’ipertensione da parte del medico di medicina generale che si traduce in una valida prassi clinica nella gestione dei propri pazienti ipertesi, in perfetta aderenza alle linee guida suggerite dalle Società Scientifiche di Ipertensione e di Cardiologia (ESH/ESC). Purtroppo si deve però prendere anche atto che raramente la padronanza della materia risulta essere sufficiente a mutare lo stile di vita del medico quando è lui stesso ad essere iperteso. Inoltre, solo una parte dei medici oggetto dell’indagine ritiene che l’essere ipertesi incida sul rapporto con il paziente che soffre della medesima patologia, convinzione che rischia di compromettere la relazione che tale condivisione potrebbe offrire: il fatto di condividere con il paziente la medesima esperienza di malattia può infatti incrementare l’empatia nei confronti dell’assistito e delle sue difficoltà, offrendo così al medico anche la possibilità di rassicurare e contenere le preoccupazioni del paziente.









