«Ad oggi non possiamo evitare che un paziente sviluppi una complicanza come quella dell’insufficienza renale Non abbiamo in mano armi terapeutiche per prevenire questo problema. Ma possiamo fare molto per rallentare l’insorgenza della complicanza e anche il decorso», spiega Roberto Pontremoli, Professore di Nefrologia all’Università di Genova in occasione di un convegno sulla malattia a Roma.
E poi ci sono tanti pazienti che hanno un danno renale asintomatico, che non sanno neppure di averlo. Ormai è certo che prima un paziente viene curato, in modo efficace, e più a lungo sopravvivrà, ma non solo. Potrebbe vedersi allontanare l’insorgenza dell’insufficienza renale e in ogni caso vederne rallentata l’evoluzione. La terapia non cambia il destino di un paziente ma una terapia efficace può proteggere quel paziente sia da eventi cardiovascolari che dalla progressione del danno renale. La terapia si basa sul miglioramento dei fattori di rischio, soprattutto ipertensione, dislipidemia e controllo glicemico. E’ questo il primo strumento per contrastare il danno renale. Questo significa che una molecola come Sitagliptin che fa del controllo glicemico e del controllo del peso un punto di forza rappresenta un’arma efficace nelle mani del medico.
A questo aggiungiamo, e non è cosa di poco conto, che trattandosi di una molecola capostipite vanta ormai un’ampia letteratura e quindi ampi margini in termini di sicurezza. Il paziente nefropatico è estremamente difficile da controllare. E l’armamentario terapeutico a disposizione si riduce diventando in alcuni casi delle armi spuntate. Avere una molecola che agisce sull'asse delle incretine che può essere utilizzata sia come terapia aggiuntiva all’insulina o in monoterapia quando la metformina non è appropriata o non è tollerata è più che utile, è indispensabile». «Per una persona con diabete la diagnosi di insufficienza renale - dice Raffaele Scalpone, Presidente nazionale dell’Associazione Italiana per la difesa degli interessi dei Diabetici (AID) - è un fattore di preoccupazione in più. La vita di un diabetico è una continua ricerca di equilibrio tra autogestione terapeutica e prevenzione di comportamenti a rischio: il più delle volte questo obiettivo viene raggiunto, soprattutto a fronte di un adeguato trattamento. Tuttavia è anche una lotta proprio per evitare le complicanze e quella dell’insufficienza renale è, forse, la più temuta. Perché da quel momento in poi la partita contro la malattia deve essere giocata su due tavoli e cambiano parecchio le regole. Lo spettro della dialisi diventa una componente importante della vita quotidiana. La notizia che Sitagliptin è a disposizione per i pazienti con insufficienza renale moderata e severa e in fase terminale è una buona, anzi ottima, notizia per le persone con diabete che già hanno un danno renale importante anche perché può essere utilizzata sia in monoterapia che in associazione. Non dimentichiamoci che spesso molti pazienti si trovano a non poter più utilizzare alcuni farmaci e quindi vivono l’angoscia di non avere più molte armi terapeutiche a disposizione. Ma è anche una buona notizia per i diabetici che ancora non soffrono di insufficienza renale o sono nelle forme iniziali perché hanno la speranza che nel loro futuro, più o meno prossimo, ci siano buone carte a disposizione da giocare. Quando Sitagliptin fece la sua comparsa nel 2008 per i pazienti fu una vera rivoluzione perché era un modo efficace per tenere sotto controllo l’ipoglicemia senza avere peraltro problemi di aumento di peso. E da allora è sempre stato così e il fatto che oggi questa molecola sia capostipite della sua classe è motivo di rassicurazione perché il paziente sa esattamente cosa aspettarsi: sa che il controllo delle ipoglicemie e il non aumento di peso non sono solo promesse ma fatti. E in più ha il conforto della sicurezza terapeutica, perché sono stati effettuati più studi. I pazienti diabetici sono molto indisciplinati per quanto riguarda l’aderenza alle terapie e questo per due fattori: innanzitutto, essendo il diabete una malattia silenziosa, a volte, si pensa di poter fare a meno delle terapie o di poter ‘sgarrare’ le regole di vita perché non si avvertono nell’immediatezza le conseguenze. E poi perché si tratta di una malattia cronica e l’appuntamento con la terapia ricorda quel ‘per sempre’ che fa paura. Ecco perché è molto importante che una terapia sia efficace e dia proprio un tangibile segno della sua efficacia, in primis il controllo ipoglicemico e del peso. E’ più facile fare un ‘patto’ con quel ‘per sempre’ se vedo che mi dà dei risultati. In passato con altre terapie ipoglicemizzanti gli effetti collaterali non erano certo di aiuto».









