Tempo di bilanci per l’Italia alla scadenza della campagna vaccinale contro il Papilloma Virus (HPV), fissata alla fine del 2012 (salvo proroga al 2015) e di confronto con altri Paesi Europei. ‘Mezzo’ sospiro di sollievo per il nostro che si colloca ai primi posti, con una copertura media nazionale della coorte 1997-1998 per le 3 dosi di vaccino del 65%, dietro Regno Unito (81%) e Portogallo (80%).
“L’indagine – spiega Francesca Merzagora – ha mostrato un sentimento di paura generalizzato proprio verso l’HPV e il Pap Test positivo, che si riflette sia sulla sfera personale – la donna prova vergogna, senso di colpa, chiudendosi nel silenzio anche con il partner – sia sulla sfera sessuale, portandola a rinunciare anche a rapporti intimi per lunghi periodi, o a temere per gravidanze future e per possibili ricadute della malattia. È solo l’aver vissuto e conosciuto la malattia che aumenta la consapevolezza della donna – prosegue Merzagora – portandola ad interessarsi a tutto quanto ruota attorno al tumore della cervice, vale a dire una migliore conoscenza della malattia e delle forme di prevenzione e protezione, anche vaccinali, per sé e le proprie figlie”.
Tra i dati della ricerca emerge anche la soddisfazione per l’assistenza medica ricevuta (75%), mentre il 50% delle donne è critica riguardo alle modalità di comunicazione della diagnosi (approccio impersonale, difficoltà di comprensione dei termini medici, accompagnamento nel follow-up) e sulla chiarezza dei referenti, spesso evasivi nel dare risposta a dubbi generali e/o, laddove indicata, a guidarle nella scelta vaccinale (ancora oggi timidamente raccomandata dagli specialisti). “In generale – commenta Fausto Boselli, Segretario Generale della Società Italiana di Colposcopia e Patologia Cervico Vaginale e Responsabile del Servizio di Ginecologia Preventiva, Dipartimento Materno Infantile dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia – emerge un forte impatto emotivo della donna sia al momento della diagnosi del referto di Pap-test anormale, di cui spesso non ne comprende la terminologia, sia al momento della comunicazione e condivisione del percorso diagnostico-terapeutico legato alla diagnosi. Occorre dunque che il ginecologo dedichi più tempo a spiegarne tutti gli aspetti con un linguaggio adeguato e rassicurante che abbia anche l’intento di aumentare la consapevolezza dell’importanza della vaccinazione HPV nella prevenzione di questa patologia”.
“Lo sviluppo di molte neoplasie sembra essere correlato all’esposizione a fattori ambientali o comportamentali personali – dichiara Walter Ricciardi, Direttore dell’Istituto di Igiene e Medicina Preventiva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma –. Occorre dunque identificare strategie di intervento per la prevenzione primaria e secondaria al fine di diagnosticare la malattia in una fase precoce e aumentarne la guaribilità. Per l’HPV, in particolare, la prevenzione secondaria è assicurata dal Pap test e dal test per HPV, e quella primaria da due vaccini: uno contro i tipi virali 6, 11, 16, 18 e un secondo contro i tipi 16 e 18. Questi ultimi due sono ad alto rischio oncogeno, e responsabili da soli di circa il 70% di tumori della cervice uterina, del tumore della vagina e di un terzo dei tumori della vulva. Il vaccino contro l’HPV è il primo, espressamente utilizzato per prevenire una malattia oncologica, indirizzato a proteggere le ragazzine prima dell’esordio sessuale da un terribile cancro che colpisce l’area riproduttiva con ripercussioni sulla possibilità procreativa e sulla sfera personale, di coppia e familiare”.
“Le attività vaccinali, in Italia – commenta Maria Grazia Pompa, Direttore dell’Ufficio V, Malattie Infettive e Profilassi Internazionale del Ministero della Salute – tradizionalmente gestite da servizi delle ASL, sono organizzate autonomamente a livello regionale, sulla base di strategie concordate con il Ministero della Salute, secondo un approccio trasversale, attraverso il coinvolgimento anche dei ginecologi, e l’allargamento dell’offerta gratuita vaccinale alle dodicenni ad altre donne, entro il limite di età previsto dal vaccino. Pur riconoscendo i limiti del vaccino che previene le infezioni dai virus HPV responsabili della maggior parte di lesioni/patologie a carico della cervice dell’utero ma non da tutte le infezioni ad alto rischio oncogeno, lo screening rappresenta un punto cardine della strategia vaccinale in quanto strumento di verifica dell’efficacia della metodica adottata e di rilevazione dell’andamento epidemiologico delle lesioni precancerose e del carcinoma della cervice. Per il raggiungimento di questo obiettivo, la comunicazione è elemento cardine del “contratto” terapeutico, mentre la formazione dell’operatore ne è un presupposto fondante”.
“Il Progetto Europeo AURORA, di cui O.N.Da è il centro coordinatore – spiega Maura Ilardi, Coordinatore Scientifico del Progetto – e che coinvolge 11 nuovi Stati Membri (Italia, Lettonia, Bulgaria, Romania, Grecia, Repubblica Ceca, Cipro, Slovacchia, Slovenia, Ungheria e Polonia), ha lo scopo di sensibilizzare intere aree territoriali nelle quali sono ancora assenti programmi di informazione e screening, coinvolgendo in modo particolare le ‘hard to reach populations’ (popolazioni difficili da raggiungere). Lo screening è una efficace azione di prevenzione che ha portato ad un sensibile decremento della patologia della cervice uterina nelle aree in cui era attivo: infatti nel 2008 in Italia i casi di tumore sono stati 8.02 su 100.000 con un tasso di mortalità di 2.01 su 100.000 rispetto alla Romania, dove lo screening è inesistente, che ha registrato 29 casi e 16.02 decessi su 100.000”.










