
Presso il Dipartimento di Neuroscienze del Policlinico Tor Vergata di Roma prende il via la terapia della stimolazione cerebrale profonda per il trattamento del Parkinson. Qualche giorno fa è stato effettuato con successo dal Professor Francesco Saverio Pastore della Neurochirurgia del Policlinico Tor Vergata in collaborazione con il Professor Angelo Franzini, neurochirurgo dell’Istituto Neurologico Besta di Milano, il primo di una serie di impianti già programmati in alcuni pazienti indicati per questa innovativa terapia - resa possibile da un pacemaker cerebrale impiantabile (Activa).
Il primo intervento veniva realizzato dal Professor Benabid a Grénoble in Francia circa 20 anni fa. Da allora molti Centri in Europa e, successivamente nel resto del mondo, hanno adottato questa procedura, ci ricorda il Prof. Stanzione, ordinario del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Tor Vergata. Nel centro-sud, non sono ancora molti i centri in grado di proporre la stimolazione cerebrale profonda come opzione terapeutica e di fornire ai pazienti tutte le valutazioni necessarie nelle fasi pre- e post-chirurgiche (neurosicologiche, imaging). Da oggi, tale approccio è disponibile anche nel nostro Dipartimento, aggiunge il Professor Alessandro Stefani, del Centro Parkinson del Policlinico Tor Vergata, consapevole che i risultati ottenuti negli oltre 60.000 pazienti trattati in tutto il mondo hanno confermato la stimolazione cerebrale profonda come un trattamento efficace, laddove gestito da un’equipe di neurochirurghi e neurologi dedicati. La metodica consiste nell’impianto intracerebrale – nel nucleo sub-talamico - di un elettrodo stimolante collegato ad un pace-maker. Lo stimolo elettrico indotto in questa zona del cervello che funge da relais su alcuni circuiti del movimento, aiuta a controllare i sintomi della malattia e consente di ridurre l’uso dei farmaci specie quando responsabili di effetti poco desiderabili (discinesie, turbe del comportamento). I pazienti eleggibili per questo tipo d’intervento rappresentano una percentuale contenuta rispetto a chi soffre di Parkinson. L’impianto è particolarmente indicato nei soggetti in cui la terapia farmacologia, a distanza di anni, non riesca a gestire severe fluttuazioni motorie. La malattia di Parkinson colpisce in particolare la popolazione oltre la sesta decade, ma in verità ne soffrono anche i giovani (in ¼ dei pazienti, l’esordio avviene prima dei 50 anni).
Il Parkinson: Si tratta di una sindrome neurologica progressiva e degenerativa che causa la perdita di controllo sui movimenti. Si manifesta con la rigidità degli arti e delle articolazioni, con tremore asimmetrico, con la riduzione della mobilità, dell’equilibrio e della coordinazione. La malattia presenta anche una vasta gamma di sintomi non motori, tra i quali stipsi, depressione, iposmia, turbe del sonno. Ad oggi non esiste una cura preventiva e le cause sono in larga misura ignote. A livello cerebrale si assiste alla degenerazione di alcuni neuroni deputati a rilasciare la dopamina ed una alterata comunicazione nei circuiti deputati al controllo motorio. In Italia ne sono colpite oltre 200 mila persone.
La stimolazione cerebrale profonda: Il ‘cuore’ del dispositivo è il neurostimolatore, un piccolo dispositivo in titanio sigillato, simile ad un pacemaker cardiaco, che contiene la batteria ed un microprocessore, impiantato al di sotto della cute del torace, che produce gli impulsi elettrici necessari per la stimolazione. Il neurostimolatore è collegato all’elettro-catetere, un sottile cavo isolato, con quattro elettrodi, impiantato direttamente nelle aree cerebrali target: globus pallidus o il nucleo subtalamico. I componenti esterni del sistema includono un programmatore per il medico e un programmatore per il paziente che consente l’accensione, lo spegnimento, l’eventuale regolazione dei parametri di stimolazione entro limiti fissati dal medico. La terapia è reversibile, in quanto è possibile interrompere la stimolazione o rimuovere completamente il dispositivo.










