Importante novità per le persone che soffrono di leucemia mieloide cronica, grave tumore del sangue che ogni anno in Italia colpisce circa mille persone. Grazie a nilotinib, nuovo farmaco “intelligente”, capace di agire esclusivamente sulle cellule leucemiche risparmiando quelle sane, sarà possibile controllare ancora meglio fin dalla diagnosi l’evoluzione della patologia. Lo dicono i risultati dello studio ENESTnd, presentato al 51° congresso annuale della Società Americana di Ematologia (ASH), svoltasi a Dicembre a New Orleans. I dati presentati al convegno dimostrano che un farmaco chiamato Tasigna (nilotinib) presenta un’efficacia superiore a Glivec (imatinib) nel trattamento di pazienti adulti con nuova diagnosi di leucemia mieloide cronica Philadelphia+ (particolare caratteristica cromosomica presente nella stragrande maggioranza dei casi di patologia) in fase cronica. Questa specifica alterazione cromosomica è tipica della malattia, ed è legata ad una “traslocazione” (cioè uno scambio) del patrimonio genetico tra i cromosomi 9 e 22, per cui quest’ultimo diventa più corto. Nilotinib ha la capacità di colpire "come bersaglio" la specifica proteina espressa solo nelle cellule malate che presentano questa condizione, assicurando un’elevata efficacia e un soddisfacente profilo di tollerabilità perché non agisce sulle cellule sane. Lo studio ENESTnd, che ha coinvolto 846 pazienti reclutati in 220 centri in tutto il mondo, rappresenta il primo confronto diretto di due terapie orali nel trattamento di questa malattia del sangue potenzialmente letale. Il trattamento con nilotinib offre un miglioramento statisticamente significativo rispetto a imatinib di tutti i parametri di efficacia, inclusa la risposta molecolare maggiore (MMR), la risposta citogenetica completa (CCyR), e la prevenzione della progressione di malattia alle fasi accelerate o blastiche (situazioni cliniche caratterizzate da accelerazione della patologia e comparsa di resistenza alle terapie, che indicano un aggravamento della stessa). A 12 mesi, un numero di pazienti significativamente inferiore è progredito alla fase accelerata o alla fase blastica con la somministrazione di nilotinib (300 mg due volte al giorno) rispetto a imatinib (400 mg una volta al giorno) (2 pazienti rispetto a 11 pazienti), dimostrando un miglioramento statisticamente importante nel controllo della malattia. "Lo straordinario tasso di risposta osservato con nilotinib, combinato con il bassissimo tasso di progressione di malattia, indica marcatamente che i pazienti che iniziano il trattamento con nilotinib potrebbero avere un miglioramento temporale di sopravvivenza senza progressione di malattia – spiega Giuseppe Saglio, docente all’Università di Torino, Ospedale San Luigi, Orbassano-Torino, membro del comitato direttivo dello studio. I risultati di efficacia e tollerabilità di nilotinib dovrebbero sostenere l’uso di nilotinib nei pazienti affetti da leucemia mieloide cronica Philadelphia+ di nuova diagnosi.” Efficacia confermata in laboratorio I test di laboratorio, fondamentali per monitorare nel tempo l’evoluzione della leucemia mieloide cronica, confermano la maggior efficacia di nilotinib rispetto a imatinib. Con il primo farmaco infatti si è ottenuto un tasso di risposta molecolare (MMR) a 12 mesi doppio rispetto ai pazienti trattati con imatinib (44% vs. 22%, p < 0.0001). Inoltre l’80% dei pazienti hanno raggiunto la risposta citogenetica completa con nilotinib rispetto al 65% osservato nel gruppo trattato con imatinib (p < 0.0001). Va infine ricordato che le risposte sono state ottenute più velocemente nel gruppo di pazienti trattati con nilotinib rispetto al gruppo di pazienti trattati con imatinib. La risposta molecolare maggiore (MMR) nello studio è stata definita come riduzione nel livello anomalo di Bcr-Abl (caratteristica delle cellule malate) misurata attraverso un esame del sangue in meno dello 0.1% del livello prima del trattamento. In pratica, grazie al trattamento, per ogni 1.000 cellule contenenti Bcr-Abl che erano presenti nel sangue all’inizio della terapia, solo una singola cellula era presente nei 12 mesi di follow-up. Da non dimenticare poi che anche il midollo osseo, la centrale produttiva delle cellule del sangue, che è risultato privo di cellule Ph+ al termine del periodo di osservazione. Sul fronte della sicurezza e della tollerabilità, infine, il trattamento con nilotinib è risultato ben tollerato. Nei pazienti trattati con nilotinib un numero inferiore di pazienti ha dovuto abbandonare lo studio per l’insorgenza di eventi avversi rispetto ai pazienti trattati con imatinib. Nessun paziente inserito nello studio ha mostrato una particolare alterazione all’elettrocardiogramma (prolungamento del tratto QT >500 millisecondi) e non sono stati registrati in entrambi i trattamenti casi di morte improvvisa.










