Un intervento di protesi d’anca su dieci è la revisione di un impianto precedente: le operazioni mirate a sostituire vecchie protesi non più efficaci crescono ormai al ritmo del 5 per cento ogni anno. La segnalazione arriva dai massimi esperti italiani riuniti per il 94° Congresso Nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, a Milano dal 7 all'11 novembre. “Non è stato ancora avviato il Registro italiano delle protesi d’anca, ma l’esperienza di tutti i centri di chirurgia dell’anca è concorde: gli interventi di revisione negli ultimi anni sono in aumento costante – dice Marco d’Imporzano, Presidente del Congresso Nazionale SIOT e Direttore del Dipartimento di Ortotraumatologia dell’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano –. Sono ormai 40 anni che impiantiamo protesi e sempre più spesso vediamo pazienti in cui la protesi si è usurata e deve essere sostituita. La crescita degli interventi di revisione dipende da vari fattori, in primo luogo dall'invecchiamento della popolazione: l'allungamento della vita media, assieme all'incremento del numero dei primi impianti, fa sì che oggi una grossa fetta di popolazione abbia una protesi d’anca. Le protesi impiantate in passato hanno dimostrato una durata media di 15 anni, 8-10 nei pazienti più giovani. E non mancano le revisioni delle revisioni: ogni anno 4000 pazienti si sottopongono all'impianto della terza protesi, dopo aver già sostituito le prime due”. Nel 15 per cento dei casi occorre intervenire di nuovo perché la protesi si è infettata, ma la causa principale della sostituzione della vecchia protesi è la sua mobilizzazione: detriti di polietilene vanno a stimolare l'erosione della struttura ossea in cui si innesta la protesi, che quindi non è più ben salda e deve essere rimossa. Accade più spesso nei soggetti giovani e fisicamente attivi, o anche in chi è molto pesante: i chili di troppo infatti “pesano” anche sull’articolazione sostituita usurandola prima. “Purtroppo – riprende d’Imporzano – il secondo intervento è gravato da un maggior rischio di complicanze, sia a livello chirurgico che per il paziente: è più difficile l’intervento perché l'osso di sostegno è usurato ed è quindi indispensabile inserire protesi più grandi o colmare il divario con un trapianto osseo; inoltre, è più probabile che sorgano problemi successivi all’operazione (il rischio di lussazione, ad esempio, triplica). Tra l'altro la durata delle successive protesi si riduce: il secondo impianto sopravvive in media 7 anni, il terzo ancora meno. Per fortuna le protesi più moderne hanno prospettive di durata superiori rispetto a quelle del passato: a oggi infatti il modo migliore per prevenire il reintervento è l'impiego di nuovi materiali specifici, dotati di grossa resistenza all'usura, che sembrano perciò in grado di ridurre la probabilità di revisioni future in chi oggi le riceve. Inoltre – prosegue d’Imporzano – è importante anche effettuare sui pazienti controlli ravvicinati: oggi in molti casi le protesi vengono rivalutate solo nel momento in cui divengono dolorose, ma andrebbero invece controllate almeno una volta ogni 2-3 anni. In questo modo ci si può rendere conto precocemente dell'inizio di mobilizzazione della protesi, intervenendo prima che l'osso si “consumi” troppo”.


