Trentatrè milioni di individui affetti da HIV/AIDS nel mondo tra i quali 17 milioni di donne tra i 15 e i 49 anni: l’HIV si sta trasformando in un problema critico di diseguaglianza di genere. Le giovani donne, infatti, rappresentano ormai oltre il 60% delle persone, di età compresa tra i 15 e 24 anni, che convivono con l'HIV/AIDS. E non è soltanto una prerogativa dei Paesi in via di sviluppo: nel 2007, oltre il 30% degli individui che hanno contratto l'HIV-1 nell'Europa Occidentale è costituito da donne. Per affrontare la sfida del prossimo futuro, ovvero l’impatto di genere sul trattamento, l’assistenza e il sociale, i massimi esperti europei, riuniti a Colonia, hanno preso parte oggi alla tavola rotonda “Gender Perspective - HIV and Women”, promossa da Bristol Myers Squibb nell’ambito del 12° Annual European AIDS Conference (EACS). Tra gli argomenti affrontati, la ricerca di nuovi trattamenti, la gestione dell'HIV/AIDS durante la gravidanza, gli effetti delle terapie sulla contraccezione, gli aspetti psicosociali della cura e l'impatto dell'HIV/AIDS sulle famiglie. “L'epidemia di AIDS ha avuto un impatto molto forte sulle donne: è doveroso da parte della comunità medica approfondire l’universo femminile come popolazione specifica di pazienti affetti da HIV. I fattori che hanno determinato questa situazione sono molteplici, incluso il ruolo del genere nella determinazione della vulnerabilità di un individuo all'infezione da HIV e la sua capacità di accedere alle migliori cure” – ha dichiarato Antonella D’Arminio Monforte, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive all’Ospedale San Paolo di Milano. La differenza di genere è evidente anche nella risposta alla malattia: le donne hanno dimostrato differenze nella carica virale dell'HIV, nella farmacocinetica dei medicinali e negli effetti collaterali dei farmaci, come gravi episodi di rash, lipodistrofia e sintomi depressivi. “Se la risposta delle donne al trattamento è paragonabile a quella degli uomini, non si può dire altrettanto per gli effetti collaterali, molto più pesanti. C’è ancora molto da fare per trovare il trattamento più adeguato per le donne” – sottolinea D’Arminio Monforte. Uno dei fattori di rischio per molte donne che sviluppano l'HIV è spesso costituito dai comportamenti a rischio praticati dai loro partner. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) esiste una vulnerabilità fisica più accentuata rispetto all’uomo: la trasmissione dell'HIV da uomo a donna nel corso di un rapporto sessuale ha una possibilità due volte superiore di verificarsi rispetto alla trasmissione da donna a uomo. E le donne più giovani sono ancora più a rischio. La presenza di una malattia a trasmissione sessuale aumenta il rischio di infezione da HIV, ma il 50-80% di queste malattie nelle donne sono asintomatiche e spesso passano inosservate. L'impatto sociale dell'HIV/AIDS sulle donne riguarda tutti gli aspetti della vita. Gli studi dimostrano che le donne soffrono molto di più i pregiudizi e la discriminazione che l'essere affetti da HIV comporta, sono più a rischio per quanto riguarda la possibilità di contrarre le forme più aggressive e dannose della malattia e hanno più difficoltà a confrontarsi con questa situazione. “Le donne che convivono con l'HIV sono molto condizionate dal proprio stato, in tutte le sfere in cui sono coinvolte, dal menage familiare quotidiano al prendersi cura della propria salute: situazioni difficili che spesso portano alla depressione, una conseguenza molto più frequente che negli uomini” – ribadisce D’Arminio Monforte. Comunicando i progressi nel campo della ricerca e le scoperte sul rapporto tra la malattia e il genere femminile, la comunità medica potrà comprendere meglio i dati di cui ha bisogno per decidere in modo più informato il trattamento e occuparsi con maggiore cura delle pazienti donne. L’obiettivo è che una maggiore comprensione della dinamica tra HIV/AIDS e donne si traduca in una diminuzione della mortalità e in un miglioramento della qualità della vita dei molti milioni di donne colpite da questa malattia mortale.



