I nanostent, gli stent “camaleonti” ultrasottili che si mimetizzano sempre di più col vaso rivestendosi in brevissimo tempo di endotelio, sono efficaci e molto sicuri anche nella pratica clinica quotidiana. A Bologna, in occasione del XXX Congresso Nazionale della Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE) in corso dal 20 al 23 ottobre, saranno presentati infatti i risultati dell’utilizzo su 1500 pazienti italiani trattati con gli stent nanotecnologici, ovvero dispositivi con la superficie modificata in modo da aumentarne la biocompatibilità e la sicurezza, riducendo il rischio di trombosi. L’Italia con 5000 interventi è il primo Paese al mondo per numero di nanostent impiantati che in Europa toccano quota 40.000. Il maggior numero di casi si registra all’Ospedale Universitario Ferrarotto di Catania il cui Registro di pazienti annovera circa 400 interventi e all’Università Federico II di Napoli con oltre 250 casi. Le tipologie di nanostent attualmente in uso prevedono tre diversi tipi di rivestimento: con titanio-nitrossido, polyzene-F o anticorpi che attirano le cellule progenitrici dell’endotelio (i cosiddetti Endothelial Progenitor Capture stent). A Bologna, in particolare, saranno discussi i dati raccolti nel registro di Catania su 350 pazienti non selezionati trattati con lo stent ricoperto da polyzene-F, un nanopolimero che rende il dispositivo perfettamente e subito biocompatibile, quindi meno sottoposto alla formazione di trombi e reinfarto. I risultati dimostrano che il nanostent è efficace e sicuro anche nella pratica clinica quotidiana e su pazienti di tutti i tipi: nella casistica riferita, ad esempio, un soggetto su tre era diabetico e quindi a rischio cardiovascolare elevato. Stando ai risultati, lo stent con rivestimento supersottile azzera il rischio di trombosi e infarto a un anno di distanza dall’intervento. “Il polimero con cui è rivestito lo stent nanotecnologico si ricopre subito di albumina diventando immediatamente biocompatibile e ha uno spessore inferiore ai 40 nanometri: è cioè fino a 150 volte meno spesso rispetto a quello che ricopre i tradizionali stent medicati” – spiega Corrado Tamburino, coordinatore della ricerca e Presidente della Società Italiana di Cardiologia Invasiva. – “Perfettamente biocompatibile fin dal momento dell’impianto, facilita il processo di “mimetizzazione” dello stent con il vaso perché viene ricoperto molto velocemente dall’endotelio. Una caratteristica vincente, perché in questo modo si riduce la probabilità di trombosi e di infarti successivi. Nella nostra casistica, a un anno di distanza dall’intervent si sono verificati rari casi di trombosi e di infarto”. Gli stent nanotecnologici, inoltre, riducono la formazione della cicatrice nel vaso trattato evitando la comparsa di una sorta di “callo” che può di nuovo occluderlo e che si forma spesso con gli stent metallici non ricoperti; i nuovi stent con nanopolimeri, perciò, potrebbero diventare l’opzione preferibile nei casi in cui il rischio di trombosi è particolarmente elevato, ad esempio nei pazienti con infarto e in chi non può assumere doppia terapia antiaggregante piastrinica per lunghi periodi di tempo. L’utilizzo degli stent nel nostro Paese ha intanto ampiamente superato quello del bypass cardiaco chirurgico: sono ormai quasi 120.000 le angioplastiche primarie e non effettuate ogni anno, contro circa 20.000 interventi di bypass. “Il futuro va nella direzione degli stent biocompatibili, con nuovi materiali che potenzieranno ancora di più le caratteristiche di sicurezza e compatibilità dei nanostent attuali, e degli stent biodegradabili, che col tempo vengono riassorbiti dall’organismo: questi sono tuttora in sperimentazione, anche se non in Italia, e fra qualche anno potrebbero arrivare in commercio”, conclude Tamburino.










