Soprattutto uomini, tra i 40 e i 55 anni. Sono i nuovi poveri italiani in "giacca e cravatta ", vittime del disagio economico del nostro Paese che li fa sentire falliti. Una condizione psicologica rischiosa che provoca ansia, depressione, isolamento e attacchi di panico.
A parlare dello stato dei "poveri in giacca e cravatta" è Paola Vinciguerra, Psicoterapeuta, Presidente dell'Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico, Direttore dell'Unità Italiana Attacchi di Panico alla Clinica Paideia di Roma e collaboratrice presso la Cattedra di Neurologia dell'Università La Sapienza di Roma.
"Il problema è il denaro sul quale si è investito troppo ma che oggi ha perso il suo potere di acquisto - spiega l'esperta - I soldi diventano un catalizzatore di emozioni, paure, nevrosi che di volta in volta possono sfociare in comportamenti irrazionali.
Nei nostri centri arrivano uomini e donne che manifestano disturbi chiari: attacchi di ansia, di panico, depressione o con disturbi come gastriti, emicranie muscolotensive, cervicale. Sono persone che per mesi hanno cercato in modo ossessivo di far fronte ai problemi legati al disagio economico per paura di non arrivare a fine mese, per paura di non poter garantire ai figli il meglio".
"I poveri in giacca e cravatta sono una larga schiera di individui – dice Paola Vinciguerra – Sono afflitti da un grande senso di fallimento . Il più delle volte, all'inizio, si nascondono dietro ad un precario riparo fatto di apparente rispettabilità, anonimato, vergognosa e sfuggente discrezione. Dietro questa apparenza l'individuo si sente un diverso, un incapace di vivere normalmente. Tende quindi ad isolarsi e chiudersi nel gruppo protettivo della famiglia, distaccandosi dal sociale che viene vissuto come minaccioso creando stadi profondi di insicurezza, inadeguatezza, solitudine interiore. Si tratta di danni sociali che sviluppano il progredire della società"
"Quello che possiamo fare - conclude la Vinciguerra - per combattere il disagio sociale che sta emergendo è, prima di tutto, cercare di non vergognarci di uno stato che non esprime una nostra incapacità personale ma solo un momento di difficoltà sociale al quale dobbiamo opporci in maniera combattiva e non sottraendoci come se fossimo i vinti. Questo non ci farebbe entrare in ansia e depressione ed avremmo così a disposizione energie utili per capire come poter divenire più produttivi, facendo però un grande salto intellettuale e dove è necessario rendersi conto che siamo noi gli attori e forse anche i registi della nostra vita".









