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Eutanasia e depressione: ogni caso da valutare singolarmente

La depressione è una malattia grave e come tale va curata, e tempestivamente. Non è meno grave o invalidante rispetto a patologie che colpiscono il corpo, come un tumore o un’invalidità fisica. I fatti di questi giorni, con il caso dell'Ingegnere di Albavilla (CO), morto per un suicidio assistito in Svizzera, sottolineano ancora di più la necessità di sostenere questi pazienti e aiutarli a scegliere di ricorrere tempestivamente alle cure mediche, prima che il peso della malattia li schiacci.

L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) denuncia che la depressione, che colpisce oltre 300 milioni di persone al mondo, può portare al suicidio: 800.000 persone infatti si suicidano ogni anno (dati 2017). Anche il Ministero della Salute italiano mette in guardia, sul suo portale, dai pericoli della depressione, definendola: “uno dei più gravi e, al contempo, più comuni disturbi mentali, causa di grande sofferenza umana e di enormi costi per la società”. Si tratta infatti di un problema tutt’altro che raro, la cui incidenza è superiore a quella che si crede. L’11,2% degli italiani vengono colpiti, nell’arco della vita, da depressione maggiore e distimia (14,9% nelle donne e 7,2% negli uomini).

Si tratta di un esercito di quasi 6,8 milioni di persone. Negli over 65, la prevalenza della depressione, cioè la frequenza con cui colpisce in un anno, è del 4,5%, percentuale che sale vertiginosamente tra le persone istituzionalizzate, nelle quale in alcune casistiche arriva fino al 40%. Si stima che nemmeno i più giovani siano protetti: da numerose indagini epidemiologiche risulta che il 2% dei bambini e il 4% degli adolescenti ha in un anno un episodio di depressione che dura almeno 2 settimane. L’Italia si colloca tra i Paesi con i più bassi livelli di suicidio sia a livello mondiale che europeo, ciononostante le morti per suicidio sono circa 4000 in un anno (Dati 2012). La quota maggiore di suicidi si registra tra le persone anziane: circa una persona  suicida su 3 ha più di 70 anni, con una proporzione analoga per i due generi. Nel nostro Paese si tratta della seconda causa di morte più frequente tra gli uomini di 15- 29 anni, con un numero di vittime analogo a quello causato dai tumori (13% del totale) e inferiore solo a quello causato dagli incidenti stradali (35% del totale). Le donne paiono meno estreme, tuttavia anche per loro, nella stessa fascia d’età, la mortalità per suicidio si colloca al terzo posto nelle cause di decesso, con una proporzione analoga a quella delle malattie cardiovascolari (8% del totale) e preceduta soltanto dai decessi per tumori (26%) e per incidenti stradali (24%).

In Italia solo il 29% di chi soffre di depressione maggiore ricorre a un trattamento nello stesso anno in cui insorge. La mancata cura espone a conseguenze anche gravi: isolamento, calo di efficienza lavorativa, abuso di sostanze (alcol o droghe), fino ad arrivare a ricoveri ospedalieri e, come anticipato, persino suicidi. In questo contesto di dolore e sofferenza va considerato l’atto disperato descritto dalla cronaca di questi giorni, con la richiesta di suicidio assistito in Svizzera perché la depressione aveva reso la vita insopportabile. “E’ una questione molto delicata” commenta Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, la realtà che si batte per i diritti civili in ogni fase della vita dei cittadini “Esistono condizioni incurabili, per le quali purtroppo non si può fare molto, se non sostenere la persona arrivata al termine del suo viaggio, lasciandolo libero di scegliere come affrontare la conclusione della sua vita. Al contrario altre patologie che, sebbene molto severe, sono curabili, e devono essere gestite con grande attenzione da Istituzioni e medici”.

L’interrogazione di “diritto” circa la legittimità e liceità di concedere ad un individuo, gravemente ammalato e giunto al termine della vita, la possibilità di non rimandare, o di affrettare, il momento della propria morte, è un tema etico fondamentale, così come lo è altrettanto “trattenere” in vita anche soggetti che mostrano solo tenui tracce biologiche di esistenza o non permettere a persone, capaci di intendere e di volere, che versano in condizioni di sofferenza intollerabile e senza prospettiva di miglioramento, di decidere cosa è meglio per loro. Tuttavia la complessità del singolo caso richiede un’analisi approfondita, e rispetto per i medici che hanno valutato la situazione.

Silvio Viale, medico, responsabile scientifico di EXIT-Italia e dirigente dell'Associazione Luca Coscioni, in un suo post su Facebook commenta così quanto avvenuto: “In Svizzera la Depressione è la motivazione per il Suicidio Assistito nel 3% dei casi. Spesso, nella banalità quotidiana si parla di depressione per una semplice reazione ansiosa, per un periodo di crisi e, persino, dopo una delusione. In realtà può essere una patologia molto grave, invalidante e disperata. In Italia è la causa principale di suicidio. Lo è anche in Svizzera, dove è la causa del suicidio nel 56% dei casi. Se l'ingegnere di Albavilla (Co) si è rivolto ad una delle associazione di volontari che si occupano di Suicidio Assistito non ho dubbi che il caso sia stato affrontato con scrupolo e competenza, sia dal medico che si è assunto la responsabilità della predizione e sia dall'associazione che lo ha assistito. Il fatto stesso che le autorità svizzere abbiano dato il nulla osta al trasporto della salma in Italia dimostra che per la legislazione elvetica non è stato commesso alcun reato".

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