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COVID 19, IL DECALOGO DELLA MEDICINA DI LABORATORIO

Booster, anticorpi, dose aggiuntiva, efficacia vaccinale: sono questi alcuni tra i termini ricorrenti su giornali, siti e televisione, concetti  non sempre  chiari ai cittadini, che – se non ben compresi –  possono generare confusione e ansia in un momento in cui salgono ancora i contagi dopo un periodo in cui si intravvedeva un calo della pandemia. “Abbiamo messo a punto un decalogo  con parole semplici – afferma la dr. Laura Sciacovelli, presidente SIBIOC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica)  perché la nostra società scientifica, da sempre in prima linea nella lotta al virus, vuole spiegare ancora una volta ai cittadini la  necessità della vaccinazione per uscire dalla pandemia”. 
 
Allora ecco le domande più frequenti  in un documento redatto da Sibioc a cura del Prof. Giuseppe Lippi, coordinatore del gruppo operativo sul Covid 19 di SIBIOC e della Task Force  IFCC (International Federation Clinical Chemistry and Laboratory Medicine), presidente della Scuola di Medicina dell’Università di Verona.
 
1. Che cos’è la risposta immunitaria dopo il vaccino?
La finalità principale della vaccinazione è generare una risposta immunitaria “artificiale” contro un determinato agente patogeno, senza farlo entrare a diretto contatto con l’organismo. Ciò consente di sviluppare una difesa efficace, prevenendo i danni all’ospite provocati direttamente o indirettamente dall’agente patogeno (prevenendo quindi lo sviluppo di “malattia”). In linea generale, la risposta immunitaria è il processo di generazione di anticorpi in grado di neutralizzare l’agente patogeno (immunità umorale), lo sviluppo di cellule immunitarie in grado di amplificare la risposta umorale mediante produzione di mediatori specifici (citochine) o di antagonizzare l’agente patogeno (fuori o dentro le cellule dell’ospite);  sviluppa inoltre una memoria immunologica, che consente all’organismo di reagire più prontamente ed efficacemente a contatti successivi con l’agente patogeno, nei casi per esempio di reinfezione.

2. Che cosa vuol dire efficacia vaccinale?
In genere un vaccino si considera “efficace” quando sia in grado di prevenire lo sviluppo di forma sintomatica di malattia in almeno il 50% della popolazione vaccinata. I vaccini contro il COVID-19 hanno un’efficacia immediata superiore a 80-90%, ben superiore quindi a quella dei vaccini contro l’influenza, la cui efficacia è solitamente compresa tra 50-60%. In genere la massima efficacia vaccinale è raggiunta da 7 a 28 giorni dopo il completamento del ciclo di vaccinazione primaria.

3. Quanto dura la protezione vaccinale?
Non esistono ancora evidenze definitive e, soprattutto, non è possibile generalizzare, poiché la risposta immunitaria al vaccino dipende da molte variabili individuali, tra cui sesso ed età (sembrano rispondere meglio i giovani e le donne), livello di efficienza del sistema immunitario, presenza di patologie. Alcuni dati dimostrano come l’efficacia vaccinale si attenui progressivamente nel tempo, riducendosi ad esempio da 90% a 50% contro il rischio di sviluppare forme sintomatiche di COVID-19 a 5-6 mesi dal completamento del ciclo di vaccinazione primaria. Questa riduzione si riflette specularmente nel progressivo calo della risposta anticorpale, giacché il titolo degli anticorpi neutralizzanti anti-SARS-CoV-2 cala anch’esso progressivamente nel tempo (di oltre l’80% rispetto al picco). Si stima che dopo 7-9 mesi, oltre il 50% della popolazione vaccinata possa aver perduto la protezione anticorpale.

4.Esiste una relazione tra efficacia vaccinale e titolo anticorpale?
E’ un aspetto complesso e controverso, che dipende anche dal metodo utilizzato per il dosaggio degli anticorpi anti-SARS-CoV-2. Alcuni dati della letteratura sembrano suggerire che il livello efficace di protezione contro il rischio di sviluppare malattia sintomatica si raggiunga quando gli anticorpi neutralizzanti di classe IgG diretti contro la proteina spike superino il valore di circa 260 BAU/mL, mentre gli anticorpi neutralizzanti di classe IgG diretti contro il dominio recettoriale del virus (RBD) superino il valore di circa 500 BAU/mL.
 
5. Che cosa vuol dire dose “booster” di vaccino?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per dose booster di vaccino s’intende una dose aggiuntiva somministrata a una popolazione vaccinata che abbia completato un ciclo di vaccinazione primaria. La dose booster di vaccino è utilizzata dopo un certo periodo di tempo dall’ultima dose del ciclo primario, onde ripristinare immunità e efficacia vaccinale a livelli simili (o anche superiori) a quelli ottenuti con il ciclo di vaccinazione primaria.
 
 
6. E’ necessaria la dose booster ? 
La progressiva riduzione temporale dell’efficacia vaccinale (riflessa specularmente dal calo del livello di anticorpi neutralizzanti il virus) espone i soggetti a un rischio gradualmente incrementale di contrarre il virus e soprattutto di sviluppare forme sintomatiche o gravi di COVID-19. Studi recente dimostrano come la somministrazione di una dose booster di vaccino a 5-6 mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario sia in grado di ridurre del 90% il rischio di contrarre il virus e del 93% quello di ammalarsi di COVID-19. La dose booster di vaccino diviene poi assolutamente essenziale per ripristinare le difese immunitarie contro varianti del virus nuove e più infettanti. Dati preliminari dimostrano come la dose booster possa restaurare la protezione vaccinale a valori superiori al 90% contro l’infezione da Omicron.
 
 
7. Booster equivale a  dose “aggiuntiva” di vaccino?
Sempre secondo l’OMS, per dose aggiuntiva di vaccino s’intende un’ulteriore dose somministrata a specifiche fasce della popolazione in cui è presumibile che la risposta immunitaria successiva alla vaccinazione primaria sia insufficiente (soggetti immunodepressi, pazienti con malattie autoimmuni o neoplastiche). La finalità è ottimizzare o potenziare la risposta immunitaria, al fine di raggiungere un livello d’immunità e efficacia vaccinale confrontabile a quello della popolazione generale.
 
 
8. E’ utile o necessario vaccinare i bambini?
Indipendentemente dal fatto che con le nuove varianti del virus il raggiungimento dell’immunità di gregge richiede la vaccinazione di almeno (se non oltre) il 90% della popolazione, secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono già morti 15 bambini di età inferiore a 9 anni per COVID-19, ne sono morti altri 20 nella fascia di età tra i 10 e 19 anni, e in tutta Europa ne sono stati ricoverati oltre 1500 con forme gravi/severe di COVID-19. Gli eventi avversi alla vaccinazione secondo AIFA coinvolgono 120 soggetti ogni 100,000 vaccinati, solo il 14.4% dei quali gravi e lo 0.9% a potenziale pericolo di vita (1 su 100,00 vaccinati). Il tasso di avventi avversi scende a 24 soggetti ogni 100,000 vaccinati nella fascia di età tra i 12 e 19 anni. Per confronto, la mortalità per COVID-19 in Italia è 224 ogni 100,000 abitanti nella popolazione generale, che sale a circa 2700 decessi ogni 100,000 abitanti nei soggetti infettati. Considerando un’efficacia vaccinale del 90%, il rischio di morire per COVID-19 è quindi migliaia di volte maggiore a seguito d’infezione da SARS-CoV-2 rispetto alla vaccinazione. In ogni caso, la decisione finale in merito alla vaccinazione dei più piccoli va condivisa con il pediatra di libera scelta.
 
 
9. Quanto sarebbe importante conoscere il valore degli anticorpi neutralizzati anti-SARS-CoV-2?
Malgrado non si conosca ancora con precisione la relazione tra valore di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-CoV-2 e efficacia vaccinale, è palese che soggetti sieronegativi o con titolo anticorpale molto basso sono più esposti al rischio di infezione e/o malattia. Conoscere quindi il valore di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-CoV-2 potrebbe consentire una maggior efficienza nella gestione della campagna vaccinale, privilegiando la somministrazione a soggetti fragili o più espositi al contagio.
 
 
10. Ci sono polemiche sull’attuale ruolo dei test antigenici, la SIBIOC si è già espressa in proposito. Cosa si può aggiungere nell’attuale contesto della nuova ondata di contagi?
La differenza tra test molecolari e antigenici è chiara. I test molecolari hanno maggior sensibilità (sono in grado di identificare ben oltre il 90% delle infezioni da SARS-CoV-2), mentre i test antigenici diventano positivi in soggetti con elevata carica virale. I secondi possono quindi servire come metodica di screening su popolazione, per intercettare i cosiddetti “super-diffusori” o pazienti sintomatici, ma non possono rappresentare un valido surrogato dei test molecolari, che rimangono la tecnica di riferimento per diagnosticare un’infezione acuta da SARS-CoV-2. E’ proprio considerando la minore accuratezza dei test antigenici che si basano le attuali ristrettezze legate al rilascio e/o validità del Green Pass.
 
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