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Coronavirus e altre malattie infettive, 60% origine da trasmissione animale-uomo

Le malattie infettive emergenti nell’uomo sono nel 60% dei casi di origine zoonosica, ovvero trasmesse all’uomo da altre specie animali. Di queste, il 70% origina da specie selvatiche, come nel caso delle recenti epidemie di Ebola, o l’attuale pandemia da SARS-Cov-2. 

Comprendere le condizioni che regolano e favoriscono la trasmissione di queste infezioni tra animali ed uomo, risulta quindi di fondamentale importanza per prevenirne i potenziali impatti sanitari ed economici.

L’introduzione da parte dell’uomo di specie alloctone al di fuori della loro area naturale è un fenomeno in costante e progressivo aumento, basti pensare alla diffusione della nutria Sud Americana nella Pianura Padana. Di questo fenomeno sono ormai ampiamente riconosciuti i gravi impatti ambientali ed economici (12 mld di € di danni annui nella sola Europa).

Tuttavia, nonostante i diversi agenti patogeni normalmente presenti nelle specie animali, il ruolo delle specie alloctone quali agenti promotori dell’insorgenza di nuove infezioni è stato finora largamente sottovalutato.

Un recente lavoro, pubblicato sulla rivista Plos Pathogens da un team di ricercatori internazionali, coordinato dal Prof. Nicola Ferrari dell’Università Statale di Milano ha messo in evidenza le ricadute sanitarie potenzialmente conseguenti alle introduzioni di specie alloctone.

Attraverso numerosi esempi, gli autori esplorano i meccanismi che legano le specie introdotte all’insorgenza o all’aumento delle infezioni, sottolineando come esse possano non solo introdurre nuovi patogeni nell’ambiente, ma anche acquisire e amplificare la trasmissione di patogeni locali, o modificarne indirettamente la circolazione attraverso i loro impatti sull’ambiente e gli organismi che lo abitano.

Questi fenomeni possono avere conseguenze non solo sulla salute umana, ma anche su quella animale con conseguenti impatti economici, qualora fossero coinvolte specie da reddito, o ricadute sulla biodiversità, qualora fosse coinvolta la fauna selvatica nativa” sottolinea Nicola Ferrari, del dipartimento di Medicina Veterinaria della Statale.

Alla luce di questi complessi meccanismi e rilevanti impatti sanitari, gli autori sollecitano una maggiore attenzione al fenomeno da parte del mondo biomedico e lo sviluppo di indagini volte a quantificarne i rischi, in modo da identificare le aree e le azioni di intervento prioritarie volte alla loro mitigazione.

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