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Calo di udito e declino cognitivo: l’ ipoacusia aumenta di oltre 3 volte il rischio di demenza

Tra udito e cervello esiste un intreccio invisibile e molto stretto, che alimenta un circolo vizioso a due direzioni: così, un calo dell’udito è associato a un aumento di oltre 3 volte della probabilità di sviluppare una forma di demenza, mentre in 3 pazienti con un deficit cognitivo su 4 si registra anche un disturbo dell’udito[1]. È quanto emerge dal Rapporto “Il cervello in ascolto – Lo stretto intreccio tra udito e abilità cognitive”, promosso da Amplifon, che analizza il legame tra due vere emergenze sociali: 360 milioni di persone nel mondo convivono oggi con un calo dell’udito[2] e 47 milioni con una forma di demenza[3], numeri impressionanti destinati a raddoppiare (720 milioni con un disturbo uditivo) e quasi a triplicare (131 milioni con demenza) nei prossimi 30 anni, entro il 2050, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione2,3.

Le origini del “bug” che fa scattare il circolo vizioso non sono chiare, ma è certa la sua natura bidirezionale: da un lato una perdita di udito comporta una riduzione del volume della corteccia cerebrale e delle diramazioni neuronali, oltre a un “affaticamento” generale del cervello, dall’altro un peggioramento cognitivo facilita la comparsa di un disturbo nella percezione e nella comprensione verbale. Gli esperti sottolineano l’urgenza di intervenire tempestivamente: gli studi più recenti dimostrano, infatti, come la giusta soluzione acustica possa rallentare il declino cognitivo e migliorare le performance generali.

Il cervello in ascolto. Non sentiamo solo con le orecchie, ma anche (e soprattutto) con il cervello. In pratica, il suono di una parola non attiva soltanto la corteccia uditiva, dove la parola viene “sentita”, ma accende numerose aree e reti del cervello dove viene “compresa” o collegata da un punto di vista semantico e cognitivo. Così, è dimostrato come gli elementi cognitivi - come la memoria a breve termine, l’elaborazione centrale e le esperienze di vita – siano cruciali per capire un discorso in un luogo rumoroso, più delle stesse capacità uditive, che influiscono solo per il 10%[4]. “Tra udito e cervello sembra esserci – commenta Andrea Peracino, presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano un legame ‘a due corsie’: da un lato i processi cognitivi incidono sul modo in cui le persone sentono, dall’altro gli stimoli sonori attivano la corteccia cerebrale a tutto campo. Si tratta di un vero e proprio intreccio, che si manifesta anche quando si riscontra un deficit: un calo uditivo può infatti ridurre il volume della corteccia cerebrale, determinando cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello; mentre il declino cognitivo può peggiorare le capacità di ascolto e di comprensione delle parole, favorendo la comparsa dell’ipoacusia. Vanno poi considerati altri fattori, come lo stress e l’affaticamento generale, che possono aggravare ulteriormente gli effetti del calo dell’udito e del declino cognitivo. Tutto questo condiziona le nostre capacità cognitive nell’arco di tutta la vita”.

 

Quando l’udito cala, il cervello risponde. Gli studi scientifici più recenti dimostrano come i problemi di udito possano aumentare di oltre 3 volte il rischio di demenza e come, d’altra parte, le persone con un deficit cognitivo presentino in 3 casi su 4 anche un calo dell’udito1. “Il Rapporto ‘Il Cervello in ascolto’ porta nuove conferme – afferma Gaetano Paludetti, direttore dell’Istituto di Otorinolaringoiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma sul legame tra udito e cervello: maggiore è l’ipoacusia e più elevato è il rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo grave. Questi dati evidenziano la necessità di un intervento tempestivo: gli ultimi studi, infatti, dimostrano come la giusta amplificazione acustica si associ a un declino cognitivo più lento in un arco di 25 anni, permettendo di mantenere una buona funzionalità cerebrale. Si stima, dunque, che rallentare di un solo anno l’evoluzione dell’ipoacusia possa portare a una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale”.

Che cosa succede nel cervello quando l’udito cala? Gli esperti si soffermano sui cambiamenti strutturali e funzionali che possono manifestarsi. “Il deficit uditivo determina una deafferentazione sensoriale della corteccia cerebrale uditiva – spiega Camillo Marra docente di neurologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Romae questo determina una riduzione del volume di queste zone corticali e una diminuzione del numero delle diramazioni che sono necessarie per la comunicazione tra cellule nervose e per il normale svolgimento delle funzioni di ascolto e comprensione. A conferma di ciò, recenti studi di neuroimaging hanno svelato come le persone con un calo dell’udito presentino una riduzione nello spessore dei fasci di sostanza bianca nella zona uditiva, cioè di quei fasci nervosi che presiedono al collegamento e all’interazione delle cellule nervose tra loro. Queste alterazioni uditive e del sistema nervoso centrale richiedono l’attivazione di molti meccanismi compensatori cerebrali, che impattano pesantemente sull’impegno cognitivo necessario all’ascolto, affaticando il cervello e rendendolo meno efficiente per lo svolgimento delle altre funzioni cerebrali. Si stima così che il deficit uditivo possa ridurre, anche di oltre il 30%, l’efficienza di altre abilità cognitive, aumentando il rischio di una precoce compromissione di funzioni come l’attenzione, la memoria e le capacità strategico-esecutive”.

 

Il “bug”. Gli studiosi si interrogano sui fattori che possono attivare il circolo vizioso tra calo di udito e declino cognitivo. È certo, ad esempio, che l’ipoacusia determini cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello: ciò, secondo alcune teorie, potrebbe determinare una sotto-stimolazione delle aree normalmente attivate dai suoni, favorendo così un impoverimento cognitivo; un’altra ipotesi sottolinea, invece, l’affaticamento del cervello che, per compensare la perdita di udito, utilizzerebbe reti neuronali accessorie, riducendo così le risorse cognitive disponibili per svolgere tutte le altre funzioni. Altri studi puntano il dito contro l’isolamento sociale: infatti, le difficoltà comunicative connesse a un deficit uditivo possono favorire la solitudine delle persone, un fattore di rischio riconosciuto per la comparsa di disturbi cognitivi. Infine, si ipotizza che una stessa malattia microvascolare possa essere comune a ipoacusia e ad alcune forme di demenza, favorendo l’insorgenza di entrambi i disturbi.

In conclusione, gli esperti concordano sull’importanza di invertire la rotta e di porre un freno al circolo vizioso: i più recenti studi scientifici dimostrano, infatti, come intervenire tempestivamente con una soluzione acustica permetta di rallentare il declino cognitivo e di migliorare le performance generali degli individui. Inoltre, alla luce del Rapporto “Il cervello in ascolto”, emerge l’importanza di valutare la giusta amplificazione acustica anche in base alle capacità cognitive di ogni persona. “Ipoacusia e demenza – dichiara Susan Holland, Presidente del Gruppo Amplifon e del Centro Ricerche e Studi Amplifon sono temi di grande attualità. Non solo per i loro numeri destinati a crescere sempre di più nei prossimi anni, a causa del progressivo allungamento di vita della popolazione, ma anche per l’impatto che hanno sulla qualità di vita delle persone e dei loro familiari. Risolvere questi disturbi diventa quindi essenziale per migliorare la vita di milioni di individui in tutto il mondo. Ciò è perfettamente in linea con la mission di Amplifon, che da sempre è impegnata nel benessere dell’udito e vuole fare informazione su tutti gli aspetti della salute uditiva, anche quelli meno conosciuti, come il legame dell’ipoacusia con il declino cognitivo”.  

 

 

 

[1] Meusy A. et al. Presbycusis and Dementia: Results from 8 years of follow-up in the three-city Montpellier study. Alzheimers & Dementia. Journal of the Alzheimer’s Association (2016) 12:175.

[2] Duthey B., WHO Background Paper 6.21 - Hearing Loss (2013), http://www.who.int/medicines/areas/priority_medicines/BP6_21Hearing.pdf.

[3] Alzheimer’s Disease International World Alzheimer Report 2016, https://www.alz.co.uk/.

[4] Anderson A. et al. A dynamic auditory-cognitive system supports speech-in-noise perception in older adults. Hearing Research (2013) 300:18-32

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