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AUTISMO, 80% MADRI DEPRESSE DOPO DIAGNOSI FIGLI

La diagnosi di autismo ha una conseguenza immediata sull'emotività dei genitori. "Secondo uno studio statunitense, nei sei giorni successivi la comunicazione di un possibile sospetto di un disturbo dello spettro autistico nei figli, quattro mamme su cinque (80%) vanno in depressione e se vengono riviste dopo un anno e mezzo, risultano ancora depresse". 

Lo ricorda alla Dire Michele Zappella, primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Generale di Siena fino al 2006 e autore del libro 'Bambini, con etichetta - Dislessici, autistici e iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione' (Urra - Feltrinelli). "Sono 61 anni che visito bambini che presentano difficoltà relazionali di vario genere e- prosegue il professore di Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Siena- soprattutto negli ultimi anni mi sono accorto che c'è un gran numero di diagnosi che non condividevo e, non condividendole, questi bambini poi diventavano 'normali'. Mi risulta che molti specialisti visitano i bambini con un atteggiamento che implica distanza, cosa che non si può fare con un piccolo di 2-3 anni che presenta anche difficoltà relazionali.

È fondamentale creare un'alleanza e prestare attenzione all'ambiente. La visita diagnostica- puntualizza lo specialista- si deve svolgere in un ambiente in cui devono esserci sia gli oggetti che il bambino ama, i giocattoli, che le persone che ama: i genitori". Sempre guardando Oltreoceano, Zappella denuncia un vero e proprio "business di diagnosi di autismo", ma qual è il costo del disturbo in un anno? "Uno studio americano riporta come cifra 267 milioni di dollari. Siccome questa diagnosi aumenta e sarà raddoppiata tra qualche anno, si stima che nel 2025 si arriverà a 475 milioni di dollari. I guadagni sono molto grandi, ma il costo ricade in gran parte sulle famiglie". Un'altra ricerca, questa volta australiana, rivela che "il prezzo dell'autismo non viene sopportato dalle famiglie anche a causa di terapie che durano troppe ore, e in Italia non siamo esenti da situazioni di questo genere". 

Anche i Disturbi specifici dell'apprendimento sono messi sotto la lente d'ingrandimento: "Troppo spesso in Italia- precisa lo psichiatra- un bambino indietro nel leggere viene considerato un soggetto dislessico con l'implicazione di un disturbo biologico che dura tutta la vita". Bisogna fare attenzione, come per l'autismo, anche la diagnosi di disturbi specifici dell'apprendimento (Dsa) causa "nelle mamme delle crisi di ansia- fa sapere Zappella- quando poi si tratta di diagnosi sbagliate, perché influenzate dalla nostra cultura.

In Francia, ad esempio, su cinque alunni indietro nel leggere solo uno è dislessico, gli altri hanno un ritardo nella lettura per ragioni ambientali ed economiche". Invece, nel Belpaese "il bambino che è indietro nel leggere va mandato subito in logopedia e le maestre non gli insegneranno più a leggere ma gli daranno gli ausili". Il rischio per il bambino sarà di interiorizzare la diagnosi: "Finirà per dire 'io sono dislessico' definendo così la sua persona, se stesso".

Il libro dà una motivazione storica a questa escalation diagnostica: "La società industriale ha avuto sempre il rischio di emarginare i bambini. Nel 1850 aumentavano i falsi trovatelli, che erano i figli degli operai che lavoravano 14 ore al giorno e mettevano i bambini nella ruota sperando poi di poterli riprendere; nel 1950 abbiamo avuto le classi differenziali, piene di figli di migranti con una diagnosi di ritardo mentale, mentre erano solo bambini che parlavano in dialetto e non capivano le domande presentate nei test diagnostici. Fortunatamente nel 1975 furono eliminate", ricorda il neuropsichiatra, che vede come parte della soluzione il ricorso alle diagnosi differenziali:

"Un bambino che resta indietro nel leggere per ragioni ambientali non può essere considerato come un bambino con un problema biologico. Bisogna sapersi orientare e nell'autismo, ad esempio, occorre aver chiaro che molti disturbi e difficoltà che si palesano tra i 2 e i 3 anni di vita, possono essere sintomatologicamente simil autistici, ovvero tipici di bimbi normali che si allarmano se visitati in un ambiente neutrale medicalizzato". E sono tanti i disturbi da differenziare in età evolutiva: "Quelli dell'attaccamento, del linguaggio, d'ansia, depressivi- continua lo specialista- un lungo elenco ed è estremamente importante non bloccarsi al sintomo. Inoltre, se si dà grande valore esclusivamente ai test, è noto che il numero delle diagnosi si moltiplica e va verso le stelle, mentre il criterio clinico abbassa l'incidenza". 

 Negli Usa si è passati, infatti, da 4 bambini autistici su 10mila a valori di un bimbo su 40. In Italia e Spagna l'incidenza è vicina all'1%; in Svezia è oltre il 2%; in Germania, Francia e Polonia di 39 su 10.000. "Nelle strutture pubbliche l'uso dei test è più frequente, ma se per alcune problematiche come il diabete ci sono test che portano alla diagnosi (basta vedere la glicemia), lo stesso criterio non può valere per un disturbo multifattoriale come l'autismo". Concludendo sui trattamenti, Zappella consiglia nei disturbi dello spettro autistico di mettere al centro sempre "la famiglia, che deve essere sostenuta da terapisti e scuola. Per di più, sappiamo che i bambini autistici possono avere in comorbilità anche altre problematiche quali l'iperattività o un disturbo ossessivo compulsivo. Nel trattamento bisogna muoversi a diversi livelli, non solo della relazione ma anche in considerazione delle differenti aree coinvolte".

Di sicuro, però, "l'autismo non è una malattia, è un comportamento alterato che rappresenta la controparte di diverse alterazioni del cervello ed è implicito che chi vive questa condizione possa evolvere, come tutti. La diagnosi non è per l'eternità e sarebbe un'operazione scorretta definire una persona per i suoi punti negativi - conclude- questa modalità non solo crea l'etichetta, ma diventa la via maestra del bullismo".

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